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Crisi energetica, l’esperto della Columbia University: “Diversificare i fossili non basta, ecco l’errore che il governo non deve fare”

L’esperto della Columbia University spiega ad Affaritaliani il punto debole italiano: “Serve ridurre il ruolo del gas nella produzione elettrica”

Crisi energetica, l’esperto della Columbia University: “Diversificare i fossili non basta, ecco l’errore che il governo non deve fare”

Energia, l’allarme di Cazzola: “Più protetti sul fronte delle forniture, ma ancora troppo vulnerabili sui prezzi”

Mentre il G7 lancia l’allarme sulla necessità di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz e di mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento globali, l’Italia si interroga sullo stato di salute della propria strategia energetica. Sullo sfondo di una transizione ecologica complessa, i progressi compiuti sul fronte del gas e del GNL si scontrano con le storiche fragilità strutturali del nostro sistema paese, ancora fortemente esposto alle tempeste dei mercati internazionali.

Mai i passi avanti fatti dopo il 2022 bastano davvero a proteggerci da nuovi choc geopolitici? E qual è il vero prezzo che l’economia italiana rischia di pagare se non si ridurrà il ruolo del gas nella produzione elettrica? 

A fare chiarezza è Pierpaolo Cazzola, esperto di energia e trasporti e Global Research Fellow presso la Columbia University, che ad Affaritaliani analizza i punti di forza e le vulnerabilità del nostro sistema: “L’Italia è oggi più resiliente rispetto a pochi anni fa, ma non ancora strutturalmente meno vulnerabile agli shock geopolitici ed energetici”.

Il G7 chiede di ridurre la dipendenza dallo Stretto di Hormuz. A che punto è l’Italia?

“Il comunicato del G7 richiama l’importanza di garantire il transito libero e sicuro nello Stretto di Hormuz e, più in generale, la necessità di ridurre dipendenze eccessive e rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento. Questo non si limita al petrolio ed al gas, ma si inserisce in una riflessione più ampia sulla sicurezza economica e sulle filiere strategiche della transizione energetica.

Per quanto riguarda Hormuz, l’Italia ha compiuto progressi significativi dopo il 2022. Ha ridotto drasticamente la dipendenza dal gas russo, ha diversificato le fonti di approvvigionamento, ha rafforzato il ruolo dell’Algeria, ha aumentato la capacità di rigassificazione e ha ampliato le forniture di GNL.

Si tratta di un risultato importante. Tuttavia, la diversificazione delle importazioni non elimina la dipendenza dalle fonti fossili importate né la loro esposizione alla volatilità dei mercati internazionali. Per questo motivo l’Italia è oggi più resiliente rispetto a pochi anni fa, ma non ancora strutturalmente meno vulnerabile agli shock geopolitici ed energetici”.

Dopo la crisi energetica degli ultimi anni, possiamo dire che l’Italia sia più sicura sul fronte degli approvvigionamenti?

“Sì, sul piano della sicurezza fisica degli approvvigionamenti l’Italia è oggi più robusta rispetto al periodo precedente alla crisi energetica. Dispone di più rotte di importazione, più fornitori, maggiore capacità di importare GNL e una gestione degli stoccaggi più attenta.

Ma occorre distinguere tra sicurezza delle forniture e vulnerabilità economica. Oggi il rischio di interruzioni fisiche è inferiore rispetto al 2022; resta invece elevata l’esposizione ai prezzi internazionali di gas e petrolio. La principale vulnerabilità del sistema energetico italiano non è tanto il rischio di rimanere senza energia, quanto quello di doverla pagare molto cara quando si verificano tensioni geopolitiche o squilibri nei mercati globali”.

Qual è oggi il punto più debole della strategia energetica italiana? E se dovesse indicare una sola priorità per rendere l’Italia meno vulnerabile alle crisi internazionali, quale sarebbe?

“Il principale punto debole è l’elevata dipendenza del sistema elettrico italiano dal gas naturale rispetto ad altri grandi Paesi europei. Questa dipendenza si riflette nei prezzi dell’elettricità, che tendono a essere più elevati rispetto a quelli osservati in mercati caratterizzati da una minore esposizione al gas, come quelli nordici o la penisola iberica.

Questo ha conseguenze che vanno oltre il settore energetico. Un’elettricità relativamente costosa rallenta l’elettrificazione dei consumi, riduce la competitività industriale e mantiene elevata l’esposizione dell’economia italiana alle fluttuazioni dei mercati internazionali dei combustibili fossili.

Se dovessi indicare una sola priorità, direi: ridurre strutturalmente il ruolo del gas nella produzione elettrica accelerando gli investimenti in rinnovabili, reti e sistemi di accumulo. È la leva che può contemporaneamente rafforzare la sicurezza energetica, ridurre la volatilità dei prezzi e favorire l’elettrificazione dell’economia.

Esiste poi una seconda dimensione, strettamente collegata alla prima: la sicurezza economica. In un mondo che investe sempre più nelle tecnologie della transizione energetica, è importante che l’Italia rafforzi la propria presenza nelle relative filiere industriali, così da cogliere nuove opportunità di crescita e ridurre altre forme di dipendenza strategica”.

Qual è l’errore che il governo non può permettersi di fare oggi sulla sicurezza energetica?

“L’errore sarebbe considerare la sicurezza energetica esclusivamente come un problema di diversificazione delle importazioni di combustibili fossili.

La diversificazione è necessaria e resta importante. Ma da sola non basta. Una strategia di sicurezza energetica efficace deve combinare tre elementi: resilienza degli approvvigionamenti nel breve periodo, riduzione strutturale della dipendenza da gas e petrolio attraverso elettrificazione e sviluppo delle fonti a basse emissioni, e rafforzamento della competitività industriale nelle tecnologie energetiche del futuro.

Se manca il secondo elemento, ogni crisi internazionale continuerà a tradursi in prezzi elevati dell’energia. Se manca il terzo, l’Italia rischia di perdere competitività e quote di mercato nei settori che guideranno la crescita economica dei prossimi decenni”.

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