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Esteri

Aleksandr Yakovenko, Ambasciatore della Federazione Russa nel Regno Unito

Si è ampiamente d'accordo sul fatto che l’ultima proposta di mettere sotto il controllo della comunità internazionale l’arsenale chimico siriano e in seguito procedere alla sua distruzione abbia radicalmente cambiato i termini del dibattito sul conflitto. Giustamente il New York Times ha fatto notare che tale proposta “potrebbe spianare la strada a una risoluzione politica del contenzioso tra Assad e i ribelli, ovvero l’unico modo pratico di porre fine a questa guerra”. Ma le implicazioni positive di un successo condiviso di fatto potrebbero andare ben oltre. Qui non si parla più soltanto della Siria. Si parla di ripristinare la fiducia, compromessa in molti modi negli ultimi 20 anni, con ripercussioni negative per qualsiasi argomento di rilievo comparisse sull’agenda internazionale.

Io sono d’accordo con Gideon Rachman del Financial Times che sul suo blog ha scritto: “I russi hanno fatto un passo avanti vero l’America sulla questione siriana. Gli americani adesso dovrebbero rispondere”. Questo articolato messaggio è il punto chiave dell’appello diretto che il Presidente Vladimir Putin ha lanciato agli americani e che è stato pubblicato dal New York Times. Purtroppo nelle nostre relazioni bilaterali abbiamo raggiunto il punto in cui ogni cosa deve essere dichiarata apertamente e ufficialmente.

In che misura si sia deteriorata la situazione lo mostra il Financial Times, che trova particolarmente difficile comprendere le motivazioni reali dell’iniziativa russa, dato che “il  leader russo non è propenso a fare favori a Obama”. Questo tipo di stereotipi fa credere alla gente che l’operato di Mosca nasca dall’idea che avrà di che guadagnare da qualsiasi risultato si otterrà in Siria, anche se disastroso, e preferisca addirittura guardare come l’amministrazione e l’America si autodistruggano in Siria e nel grande Medio Oriente.

Questo è un modo semplicistico di evitare una seria analisi dei dilemmi più complessi e irrisolti in Siria, con i quali sono alle prese non soltanto gli Stati Uniti ma la comunità internazionale in genere. Non è colpa della Russia se le tempistiche e il contesto regionale non sono dalla parte dell’opposizione. Il nostro sforzo diplomatico si basa sul riconoscimento della morte della vecchia geopolitica, che ha portato in passato alle atroci ferite della Guerra in Crimea, a tragedie come le due guerre mondiali e al gelo della Guerra Fredda durato anni. La Russia non cerca conferma alla libertà d’azione nell’isolamento, nel fatto di non restare in contatto con i partner occidentali.

La mancanza di comunicazione tra le nostre società è un problema di importanza fondamentale. Nel suo studio del 2008 su Dostoevskij, Rowan Williams arriva alla conclusione che la comunicazione umana è uno degli aspetti essenziali della vita. Anche noi crediamo nell’apertura del dialogo umano, nel fatto che esso sia intrinsecamente collegato alla questione della libertà. Proiettata verso lo sviluppo sociale e le relazioni internazionali, è una forte critica nei confronti delle nozioni di fine della storia. Come ha affermato John Le Carré in una recente intervista sul Financial Times, “la cosa peggiore dopo il comunismo è stato l’anticomunismo”.

Cerchiamo dunque di riaprire questi canali di comunicazione, di rimuovere le barriere del pregiudizio ideologico della Guerra Fredda. Nello specifico, noi proponiamo di intraprendere un’azione collettiva tramite l’Organizzazione per la messa al bando delle armi chimiche e del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su tutta una serie di problematiche regionali.

Una guerra per procura da parte delle potenze regionali in Siria e un’azione militare da parte di potenze extra-regionali non sono un sostituto per una soluzione regionale della crisi. Ecco spiegato il motivo per il quale il Presidente Putin in qualità di padrone di casa del summit del G20 ha fatto del proprio meglio per consentire ai suoi colleghi di discutere in maniera approfondita del caso siriano fuori dall’agenda ufficiale.

I colloqui di Ginevra tra Sergei Lavrov e John Kerry hanno tutte le possibilità di diventare il cruciale punto di svolta non soltanto in termini della questione siriana, ma di ben altro. Ecco perché è così importante seguire quanto concordato e realizzare l'intera iniziativa in modo corretto.

 

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