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Cuba, Trump e il “fantasma rosso”: così Washington riapre la sfida della Guerra fredda nei Caraibi

Il professore analizza ad Affaritaliani la strategia geopolitica degli Stati Uniti nei Caraibi e il reale obiettivo di Trump

Cuba, Trump e il “fantasma rosso”: così Washington riapre la sfida della Guerra fredda nei Caraibi

Cuba e Usa, intervista a Robertini: “Trump fa una guerra santa a un fantasma rosso per il movimento MAGA”

Con l’intensificarsi della pressione statunitense su Cuba — tra aiuti umanitari, nuove sanzioni e un rafforzamento della presenza militare americana nei Caraibi — il confronto tra Washington e L’Avana sembra entrare in una fase di crescente ambiguità strategica. Una dinamica che oscilla tra tentativi di condizionamento politico e dimostrazioni di forza, mentre l’isola attraversa una crisi economica ed energetica senza precedenti.

Le dichiarazioni dell’amministrazione Trump e il ruolo sempre più centrale di figure come Marco Rubio riaccendono interrogativi sulle reali finalità della strategia americana: si tratta di un percorso volto a favorire una transizione politica a Cuba o di un più ampio progetto di riaffermazione dell’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale? E quali effetti potrebbe avere questa pressione combinata sugli equilibri interni dell’isola nei prossimi mesi?

A fare il punto è Camillo Robertini, professore associato di Storia dell’America Latina all’Università di Messina e membro dell’Osservatorio America Latina e Caraibi del Cespi, che ad Affaritalini analizza le possibili traiettorie della crisi e le sue implicazioni internazionali: “Per Trump rovesciare il governo cubano significa ingaggiare una guerra contro un “fantasma rosso”, contro un residuo della Guerra fredda e un comunismo che non esiste più, ma che per il movimento MAGA e per le destre radicali di oggi resta centrale”. 

La combinazione tra aiuti umanitari, nuove sanzioni e presenza militare americana nei Caraibi sembra una strategia di pressione totale su Cuba. Secondo lei, Trump punta davvero a favorire una transizione politica nell’isola oppure soprattutto a riaffermare l’egemonia americana nella regione?

“Con Rubio al Dipartimento di Stato siamo di fronte a un ritorno alla vecchia Dottrina Monroe: l’emisfero americano torna a essere il cortile di casa degli Stati Uniti. Ma più che una transizione politica sull’isola, mi pare si evochi una fine brusca del regime. Si tratta di un atteggiamento nuovo e aggressivo – l’abbiamo visto con il Venezuela, poi con l’Iran – in entrambi i casi gli Usa scelgono un nemico e imbastiscono una sorta di guerra santa.

Cuba però, a differenza del Venezuela, non è un obiettivo strategico: non ha risorse di cui impossessarsi, non ha il petrolio, è un simbolo. Per Trump rovesciare il governo cubano significa ingaggiare una guerra contro un “fantasma rosso”, contro un residuo della Guerra fredda e un comunismo che non esiste più, ma che per il movimento MAGA e per le destre radicali di oggi resta centrale; è un simbolo da abbattere definitivamente”.

Per decenni L’Avana ha cavalcato il nazionalismo contro l’embargo di Washington, ma oggi la crisi a Cuba è senza precedenti: il vero nemico percepito dalla popolazione è diventato il regime stesso? E cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi: Trump userà la leva economica per forzare una transizione o si va verso un’escalation dalle conseguenze drammatiche?

“Il vero problema non è tanto il cambio di regime a Cuba, ma cosa succederebbe dopo — e cosa sta già succedendo ora all’ordine internazionale. L’operazione Venezuela ha mostrato che Washington è disposta a violare sovranità nazionali e aggirare l’Onu senza pagare costi diplomatici significativi. Se si ripetesse a Cuba, il precedente sarebbe devastante per qualsiasi architettura di diritto internazionale rimasta in piedi. Del resto in Venezuela la tanto evocata transizione si è risolta con un “madurismo senza Maduro” e non vi sono sostanziali cambiamenti, salvo l’apertura alle compagnie straniere che estraggono il petrolio e, ovviamente, la liberazione dei prigionieri politici stranieri.

Sul fronte interno cubano, la situazione è inedita. Le sanzioni e il blocco del petrolio hanno aggravato una crisi energetica già grave, con blackout prolungati e carenze alimentari. Per decenni il regime ha retto grazie al nazionalismo anti-americano e, nuovamente, un intervento Usa potrebbe paradossalmente rinsaldare un sentimento anti-Usa mai totalmente assopito nei Caraibi e nel resto dell’America latina. 

Sul futuro prossimo è difficile esprimersi, la flotta Usa che torna nei Caraibi evoca venti di guerra. Certamente ci troviamo in una fase nuova nella quale l’America latina è oggetto di una politica aggressiva degli Usa che non si vedeva dai tempi della guerra fredda”.

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