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Difesa europea, da Torino la sfida della sovranità industriale: così l’Italia può guidare il cambiamento

Il caccia del futuro si progetta senza Washington, mentre Washington toglie le sanzioni al gasolio di Mosca e chiede a Kiev un altro presidente. L’autonomia strategica smette di essere una formula e diventa un’agenda

Difesa europea, da Torino la sfida della sovranità industriale: così l’Italia può guidare il cambiamento

In questi giorni Torino ha visto aprire la sede italiana di Edgewing. Il nome dice poco al grande pubblico, e forse va bene così: le cose serie nascono spesso senza fanfara. Edgewing è la società che dovrà progettare il caccia di sesta generazione del GCAP, il programma che Italia, Regno Unito e Giappone hanno deciso di costruire insieme. Il quartier generale resta a Reading, ma Torino è la prima delle tre sedi operative ad aprire e nei prossimi anni ci lavoreranno centinaia di ingegneri. Che sia Torino non è un caso. Ci sono città in cui l’industria è un ricordo da museo e altre in cui è ancora un mestiere che passa di mano in mano. Torino, con tutte le sue fatiche, appartiene alla seconda specie.

A guidarla c’è Marco Zoff, che arriva dalla Divisione Velivoli di Leonardo. È un dettaglio che pesa più di quanto sembri. Nei grandi programmi internazionali all’Italia è stato chiesto spesso di fare, molto meno di dirigere. Qui le si riconosce invece la conduzione di un’impresa in cui convivono tre culture industriali, tre apparati militari e tre governi con calendari politici diversi. Chi ha frequentato quei tavoli sa che la parte difficile raramente è l’ingegneria. È il raccordo: fare in modo che ciascuno torni a casa convinto di non aver ceduto troppo.

C’è poi un aspetto che nei comunicati non compare, ed è il cuore della faccenda. Il GCAP è un grande programma aeronautico da combattimento costruito senza gli Stati Uniti. Non contro: senza. Chi ha seguito da vicino l’F-35 conosce il valore di quella macchina, e conosce anche il prezzo della dipendenza: le licenze, i codici, gli aggiornamenti che si decidono altrove e si pagano qui. Con il GCAP Roma, Londra e Tokyo hanno scelto di tenere in casa la proprietà delle tecnologie e il diritto di farle evolvere. La sovranità industriale si misura lì, nell’accesso, nella continuità delle forniture, nella possibilità di mettere le mani sul proprio sistema senza chiedere permesso. Il numero delle bandiere schierate attorno a un progetto, da solo, dice poco.

Basta guardare oltre le Alpi per capirlo. Il carro armato franco-tedesco del futuro, l’MGCS, vive da anni dentro una trattativa che non finisce mai. Venerdì è circolata la notizia del ritiro tedesco, smentita nel giro di poche ore da Berlino e da Parigi. Formalmente il programma prosegue. Ma quando due governi devono smentire nello stesso pomeriggio la morte di un progetto, il progetto non gode di ottima salute. La ragione è antica: ognuno vuole tenersi le funzioni che contano, e la cooperazione diventa una spartizione che non si chiude.

Nel frattempo Leonardo e Rheinmetall hanno fatto un’altra cosa: una joint venture paritetica, con il sessanta per cento delle attività in Italia, per i mezzi terrestri dell’Esercito e dei mercati esteri. Non risolve tutto, ma dimostra che le alleanze industriali europee possono nascere per combinazioni diverse, secondo competenze e necessità, senza aspettare che l’asse franco-tedesco faccia pace con se stesso. All’Italia conviene incoraggiare questa apertura, a una condizione: pretendere coerenza. Altrimenti alla rigidità di pochi accordi si sostituisce una fioritura di iniziative che non si parlano fra loro.

E la coerenza, adesso, è diventata urgente. Perché Washington ha deciso di essere chiara.

Dopo una telefonata con Vladimir Putin, Donald Trump ha annunciato che la Russia fornirà gasolio al mercato americano e a quello globale: oltre trecentomila tonnellate subito, cinquecentomila a novembre, un milione subito dopo e altri tre milioni a breve. Quasi cinque milioni di tonnellate in tutto. La notizia vera, però, sta nella nota del Tesoro: le forniture di gasolio russo vengono esentate dalle sanzioni americane fino all’aprile del 2027. A poche settimane dal voto di metà mandato, il prezzo alla pompa vale più del fronte comune costruito in oltre quattro anni di guerra. Zelensky ha risposto senza giri di parole: lasciare che la Russia venda prodotti petroliferi significa investire in una guerra che andrebbe chiusa.

Il giorno dopo è arrivato il resto. Trump ha detto che per l’Ucraina è giunto il momento di avere un nuovo presidente, uno capace di fare un accordo. Da Mosca sono arrivati gli applausi. Conviene chiamare le cose con il loro nome. Il presidente degli Stati Uniti chiede a un Paese aggredito di cambiare il proprio capo di Stato, scelto dai suoi cittadini, e nelle stesse ore allenta la pressione economica sull’aggressore. Prima ancora che un errore diplomatico, è un messaggio sbagliato a chi in Ucraina combatte e muore da oltre quattro anni, e un regalo a chi al Cremlino aspettava proprio questo.

Lo dico da atlantista che non ha cambiato idea. Non è il momento di fare processi alla NATO, che resta il nostro patrimonio militare e politico più prezioso e che oggi nessuno è in grado di sostituire. Ma chi ci crede davvero deve trarne la conseguenza: la sicurezza del continente non può dipendere dall’agenda della Casa Bianca di turno. Una capacità europea più solida serve a sostenere l’Alleanza quando gli americani ci sono e ad agire quando hanno altre priorità. Non è antiamericanismo. È manutenzione.

Il Canada, a suo modo, lo ha capito prima di noi. A settembre Ursula von der Leyen ha proposto per Ottawa una forma di adesione associata all’Unione, e Mark Carney l’ha accolta con interesse. È ancora una formula senza contenuto giuridico, ma un fatto concreto esiste già: il Canada è il primo Paese non europeo ammesso a SAFE, lo strumento comunitario per gli acquisti comuni nella difesa. Con Ottawa da una parte e Tokyo, attraverso il GCAP, dall’altra, l’Europa ha l’occasione di diventare il centro di una rete di democrazie che va dall’Atlantico al Pacifico. Una rete, però, regge se qualcuno sa dove vuole portarla. Allargare le collaborazioni senza un indirizzo serve solo a moltiplicare le riunioni.

Il banco di prova è più vicino di quanto si pensi, e si chiama droni. Ogni Paese europeo ha il suo programma, il suo campione nazionale, i suoi requisiti e ordini troppo piccoli per far crescere qualcuno. La pluralità delle imprese è una ricchezza finché genera concorrenza; diventa uno spreco quando ciascuna resta chiusa nel proprio cortile. La Commissione ha messo sul tavolo un piano per droni e sistemi antidrone, e la cooperazione con l’Ucraina, che su questo terreno ha imparato più di tutti noi messi insieme, è già avviata. Mancano requisiti comuni, prove condivise e soprattutto ordini prevedibili. Un’impresa investe in impianti e persone se sa che la domanda pubblica ci sarà anche fra cinque anni. Senza questa certezza i capitali pazienti restano alla finestra e le piccole aziende restano piccole.

Serve una regia, e una regia vuol dire che qualcuno si prende la responsabilità di scegliere: quali priorità, quali specializzazioni, quali doppioni tagliare. È un esercizio scomodo, perché tocca interessi nazionali consolidati e più di un campanile. L’alternativa però la conosciamo bene: continuare a sommare bilanci senza ottenere una capacità proporzionata a quello che si spende.

L’Italia ha le carte per sedersi a quel tavolo da protagonista. Ha un’industria che a Torino dimostra di saper dirigere, competenze scientifiche di primo livello e una capacità di relazione che troppe volte abbiamo usato per mediare e troppo poche per proporre. È il vizio del pensiero timido, che da noi passa ancora per prudenza. Da Torino può partire una domanda semplice: se sappiamo progettare insieme un aereo di sesta generazione, perché non sappiamo decidere insieme di che cosa abbiamo bisogno per difenderci? L’autonomia strategica comincerà a esistere il giorno in cui l’Europa saprà scegliere le proprie priorità e tenerle ferme più a lungo di un ciclo elettorale, suo o altrui. L’Italia ha interesse, e titolo, per essere fra chi indica la strada.