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Esteri
Domenica i cittadini svizzeri al voto. In gioco abolizione del canone radiotv

 


Domenica 4 marzo anche gli svizzeri saranno chiamati alle urne per esprimere il loro parere sul quesito referendario che vuole abolire il canone radiotelevisivo. Accesi i toni della campagna elettorale, divisa tra chi sostiene che ognuno debba poter pagare solo quello che consuma e chi, invece, si oppone a quello che definisce lo smantellamento del servizio pubblico, la “berlusconizzazione” dell’offerta di radio e tv, con una deriva “all’americana”.

Se l’iniziativa passasse, “la Svizzera sarebbe il primo Paese in Europa ad abolire il servizio pubblico nel settore della radio e della televisione”, ha sottolineato il governo, contrario all’iniziativa.

Stando agli ultimi sondaggi, ripresi dall’agenzia Ansa, gli oppositori alla proposta sono in aumento al 65%, mentre la quota dei sostenitori è scesa al 33%.

Promossa da membri di due partiti di destra (Partito liberale radicale e Unione democratica di centro), che hanno raccolto oltre 100mila firme, l’iniziativa popolare ‘Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo’ vuole abolire il canone obbligatorio che finanzia la Società svizzera di radiotelevisione (SSR), ma anche radio locali e televisioni regionali con un mandato di servizio pubblico.

Per i promotori, l’attuale abbonamento obbligatorio pari a 451 franchi annuali (circa 390 euro) rappresenta una limitazione “inaccettabile del diritto all’autodeterminazione dei cittadini”, mentre la sua abolizione sgraverebbe le “famiglie e le persone con redditi modesti”. Inoltre consentirebbe di creare un mercato più concorrenziale, tenendo conto dei cambiamenti in corso, con le reti televisive a pagamento o contenuti forniti da nuovi distributori via internet.

Gli utenti – affermano – dovrebbero pagare soltanto i programmi che consumano, invece di dover versare “un obolo anacronistico”. L’iniziativa vieta inoltre alla Confederazione di sovvenzionare emittenti radiotelevisive, come pure di gestire simili emittenti in tempo di pace.

Governo e parlamento si sono schierati a spada tratta contro la proposta: il canone è indispensabile per fornire un’offerta di qualità in un Paese diviso in quattro regioni linguistiche, hanno insistito durante la campagna. Insieme, la maggioranza dei partiti ha combattuto il testo, battezzato ‘No billag’, dal nome dell’impresa che riscuote il canone.

Per il governo, l’iniziativa costituisce una minaccia poiché accetta l’eventualità che si produca solo quanto assicura guadagni e nuoce alla “pluralità”: le regioni periferiche verrebbero tagliate fuori, poiché il loro pubblico e i loro introiti pubblicitari non basterebbero a coprire i costi di produzione delle trasmissioni, sostiene il governo.

Mediante una redistribuzione finanziaria interna, oggi con i proventi realizzati nella Svizzera tedesca (la regione con il maggior numero di abitanti), la SSR sostiene i programmi destinati alla Svizzera francofona, italiana e romancia. I proventi del canone rappresentano circa il 75% del bilancio della SSR.

fonte http://www.primaonline.it

Tags:
svizzera canone tv referendum
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