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Esteri

Dopo le difficoltà per l’economia egiziana degli anni successivi alla rivoluzione del 25 gennaio 2011, è tornato un cauto ottimismo sulle possibilità di ripresa del paese. Nei mesi scorsi sono stati diffusi dati positivi sull’andamento economico egiziano, come quello sulla crescita del Pil dell’ultimo trimestre 2013-2014 (+3,7%), in deciso aumento rispetto al 2,5% dello stesso periodo nell’anno precedente. Questo ha convinto le principali agenzie di rating ad aumentare l’outlook dell’Egitto da “negativo” a “stabile”. Un riconoscimento che si spiega anche con la stabilità garantita dal nuovo corso politico iniziato a maggio 2014 dopo l’elezione a presidente di Abd al-Fattah al-Sisi, che ha annunciato un ambizioso piano per incrementare il volume degli investimenti esteri.

Il primo atto di questo nuovo corso economico è stata la decisione del presidente di costruire una nuova tratta del canale di Suez per ridurre il tempo massimo di attesa delle navi da 11 a 3 ore e aumentare il volume di traffico. Al-Sisi vorrebbe che quest’opera diventasse il simbolo del nuovo Egitto, il primo di una serie di progetti che, secondo Roberto Vercelli, amministratore delegato di AlexBank (gruppo Intesa-San Paolo), presentano «spazi di sviluppo fantastici» per le imprese italiane. Un’occasione che il banchiere invita a cogliere in fretta, poiché diverse aziende russe e cinesi stanno già cercando di ottenere i progetti più redditizi.

È importante rilevare che i programmi di sviluppo economico e territoriale sono una priorità per il nuovo presidente, anche perché il consenso interno si basa soprattutto sulla sua capacità di modernizzare il paese. Tuttavia l’Egitto non ha al suo interno il tessuto imprenditoriale e il know how per portare a termine alcuni dei nuovi progetti recentemente approvati ed è perciò necessario che le compagnie estere tornino a investire al Cairo per garantire il successo del programma economico di al-Sisi. In questo contesto, le aziende italiane possono fornire competenze tecniche e industriali, anche grazie a un sistema produttivo complementare rispetto a quello egiziano e alla vicinanza geografica.

L’Italia è il terzo partner commerciale dell’Egitto, il primo tra i paesi europei, con un interscambio totale di poco inferiore ai 5 miliardi di euro nel 2013(1). L’Italia è inoltre  il principale mercato per le esportazioni egiziane (8,6% del totale nel 2012(2)), che hanno un valore superiore ai 2 miliardi e 200 milioni di euro (dati Unctad). La maggior parte dell’export egiziano verso l’Italia è rappresentato dai prodotti energetici (900 milioni di euro) e dalla manifattura (420 milioni di euro). Tra i settori in maggior espansione c’è quello agricolo, che ha raddoppiato il valore delle sue esportazioni verso il nostro paese dal 2011 al 2013, a seguito di un accordo stipulato tra i governi del Cairo e di Roma.

Nel 2013 il valore dell’export dall’Italia è stato di poco inferiore ai 3 miliardi di euro, una percentuale che rappresenta circa il 5% sul totale delle importazioni egiziane(3). I macchinari industriali costituiscono la voce più importante delle nostre esportazioni, ma molto significativo è anche il valore dell’export nel settore della chimica, dell’arredamento e della metallurgia.

Gli investimenti diretti italiani (Ide) in Egitto sono stati di 1 miliardo e 100 milioni di euro nel 2012(4). L’Egitto presenta diversi punti di forza per le aziende italiane, come un costo della manodopera compreso tra gli 80 e i 250 euro, spesso più qualificata rispetto agli altri paesi emergenti, e un prezzo molto basso delle materie prime e dell’energia. Diversi grandi gruppi italiani sono già presenti al Cairo, soprattutto nel settore energetico (Eni, Enel, Edison) delle costruzioni (Impregilo), dell’impiantistica (Ansaldo) e della produzione di materie prime (Italcementi), ma non mancano anche le aziende tessili (Cotonificio Albini), le compagnie di comunicazione (Alcatel) e i gruppi attivi nella produzione alimentare (Pedon).

Tuttavia rimangono alcuni ostacoli da superare per aumentare ancora gli investimenti italiani in Egitto. Il primo è la sicurezza per le aziende e per il loro personale, che il Cairo fatica a mantenere in diverse zone del paese. È un problema particolarmente grave nella zona del Sinai settentrionale, dove opera il gruppo terrorista Ansar Bayt al Maqdis, che recentemente ha giurato fedeltà all’Isis. Un secondo problema è quello del ritardo dei pagamenti da parte dello stato e dei privati. Nel settembre 2013, ad esempio, l’Egitto aveva ancora un debito con l’Eni di 800 milioni di euro e recentemente è stato reso noto che il Cairo deve corrispondere alle aziende petrolifere internazionali quasi 4 miliardi di euro.

Questi problemi non hanno però scoraggiato la compagnia energetica italiana dall’investire ancora in questo paese nel 2014, come dimostra la decisione di avviare la produzione di gas in un grande giacimento che si trova nella zona nord dell’Egitto, dove verranno estratti 6 milioni e 500 mila di metri cubi di gas a partire dal prossimo anno(5). Anche Edison ha siglato recentemente un accordo di 136 milioni di euro per sfruttare alcuni importanti giacimenti petroliferi e di gas che si trovano a pochi chilometri dalla costa del Sinai settentrionale, una delle regioni più pericolose dal punto di vista della sicurezza.

Il rafforzamento delle relazioni commerciali tra Roma e il Cairo è cruciale per il ruolo dell’Italia nel Mediterraneo. Tra il 2001 e il 2013, il nostro paese ha incrementato il suo export verso l’altra sponda del Mediterraneo del 107%, un aumento inferiore soltanto a quello della Germania (138%) tra tutti i paesi europei. Oggi il valore delle nostre esportazioni in quest’area è di 29 miliardi, una cifra che supera quella dell’export verso gli Stati Uniti (27 miliardi)(6). La presenza di aziende italiane in Egitto consente al nostro paese di rafforzare la sua proiezione in Medio Oriente e Nord Africa, due zone sempre più importanti per il nostro interscambio commerciale.

Tuttavia la geografia economica della regione sta cambiando ed è perciò necessaria una nuova strategia che consenta alle aziende di competere con i nuovi attori economici internazionali, in particolare Russia e Cina. Le grandi compagnie di questi paesi stanno investendo soprattutto nel settore delle infrastrutture e dell’estrazione di materie prime, settori che vedono una consolidata presenza di gruppi italiani in questa zona del mondo.

Matteo Colombo, ISPI Research Trainee

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