Ecuador, lotta tra presidenti e guerra al “correismo”
L’attuale capo di Stato Lenin Moreno ha deciso di non ripresentarsi come candidato. Nel 2017 Moreno era stato eletto grazie al sostegno della sinistra ma ha poi virato in corsa attuando politiche neoliberiste e discostandosi dalla linea di Rafael Correa, l’ex presidente socialista in carica dal 2007 fino al 2017. Una contraddizione e un tradimento che non è piaciuto al popolo ecuadoriano, come testimonia il grado di disapprovazione altissimo per il suo operato riscontrato nella popolazione. Inoltre, negli ultimi mesi del suo mandato, Moreno ha cercato (con successo) di evitare la candidatura dello stesso Correa, che è stato condannato dalla giustizia ecuadoriana per corruzione aggravata a 8 anni di carcere e all’interdizione dalla vita politica per 25 anni. L’ex presidente, che oggi vive in Belgio, si è difeso accusando l’avversario di persecuzione politica, sostenuto dalle decisioni dell’Interpol che ha negato l’estradizione e si è rifiutata di arrestarlo. Nel paese, oltretutto, è andata in scena una forte campagna mediatica tesa a colpire i correisti, i loro vertici e le loro organizzazioni.
Ecuador, gli sfidanti
Sono più di 13 milioni le persone ufficialmente registrate come votanti, di cui circa 410mila residenti all’estero. La fascia dai 18 ai 65 anni, ovvero più dell’80% degli iscritti, ha l’obbligo di voto, pena una multa. Se nella prima tornata elettorale non dovesse emergere un vincitore con più del 50% delle preferenze (o con almeno il 40% ma con un distacco dal secondo di più di dieci punti percentuali), l’11 aprile prossimo si ricorrerebbe al ballottaggio. I temi principali della campagna elettorale sono stati diversi ma naturalmente la lotta alla pandemia del Covid-19 ha avuto ampio spazio, così come il contrasto alla disoccupazione e alla povertà crescente. Da rilevare negli ultimi sondaggi il numero molto alto di indecisi (circa il 40% degli elettori) che di fatto potrebbero essere determinanti.
Alla vigilia, il favorito tra i 16 candidati è l’economista Andrés Arauz, esponente correista della coalizione Union por la Esperanza (UNES), composta dai movimenti Revolucion Ciudadana e Centro Democratico. Le previsioni lo danno al 38% circa e l’esponente progressista, in ticket con Carlos Rabascall, potrebbe diventare a 35 anni il più giovane presidente della storia dell’Ecuador. Il suo principale avversario è il banchiere Guillermo Lasso del Partido Social Cristiano (PSC) che fa parte della più ampia alleanza Creando Oportunidades (CREO). Lasso, conservatore neoliberista e alla sua terza candidatura alla presidenza, è un forte oppositore di Correa e oggi sarebbe fermo a circa il 25%. Il terzo esponente nella corsa al Palazzo Carondelet (sede della presidenza ecuadoriana) è Yaku Pérez Guartambel, rappresentante del movimento indigeno Pachakutik Plurinational Unity Movement (PPUM). Attualmente si attesterebbe tra il 10 e il 15% e anche se non dovesse arrivare al ballottaggio, potrebbe risultare decisivo per eleggere il nuovo capo di Stato. Gli altri candidati sembrano rimanere su percentuali minime, il che li rende abbastanza ininfluenti nella competizione.
Ecuador, il contesto mondiale
Volente o nolente non si può parlare di elezioni in Sudamerica senza fare un riferimento agli Stati Uniti. Washington ha l’obiettivo di mantenere il controllo su quello che definisce il proprio “giardino di casa”, soprattutto dopo la massiccia penetrazione della Cina. Non a caso in questi anni ha monitorato con timore le varie ondate di proteste e ribellioni nei paesi come Cile, Colombia, Perù oltre che quelle in Ecuador. Anche per questo nella tornata elettorale di domenica 7 febbraio la Casa Bianca vedrebbe di buon occhio la vittoria di Guillermo Lasso, considerato un uomo vicino agli States.
Tuttavia, con l’economia messa in ginocchio dalla pandemia e le pressioni del Fondo Monetario Internazionale per far sì che ai recenti prestiti dati all’Ecuador seguano riforme strutturali del sistema del paese, un’ipotetica vittoria di Arauz aprirebbe a un riavvicinamento con la Cina. Già ai tempi di Rafael Correa, dopo il default, l’Ecuador si era rivolto a Pechino per aiuti finanziari in cambio di accordi petroliferi. Sotto la presidenza Moreno invece si è assistito a un riallineamento con gli Usa che ha portato a dissidi con la potenza orientale, come nel caso delle centinaia di pescherecci targati Cina che stazionarono la scorsa estate al largo della zona economica esclusiva ecuadoriana vicino alla riserva marina delle Galapagos.
Quelle ecuadoriane saranno le prime elezioni di peso in America Latina nel 2021, a cui seguiranno quelle in Cile e in Perù, ma anche a El Salvador, Messico e Argentina. Un anno cruciale per gli equilibri del subcontinente americano.

