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Esteri


Di Gianni Pardo

Gli avvenimenti del Cairo pongono un problema antico e forse irresolubile: è lecito difendere la democrazia con metodi antidemocratici? Non sono questioni meramente accademiche. Per gli scontri che hanno luogo in Egitto a chi bisogna dare ragione, ai militari o ai Fratelli Musulmani che “volevano il morto”? È lecita la repressione di assembramenti di lunga durata e tendenzialmente sediziosi, oltre che solennemente vietati, o è da considerare inammissibile che il governo si arroghi il diritto di permettere o vietare quegli assembramenti? Detto tra parentesi: anche in Italia devono essere autorizzati.

Molti, vissuti per lunghi decenni in una democrazia utopistica e permissiva, diranno che i golpisti hanno torto e i Fratelli Musulmani, almeno stavolta, ragione. E tuttavia se ne può discutere. Immaginiamo che Berlusconi, invece di fondare un partito dal nome “Forza Italia” ne fondi un altro: “Berlusconi dittatore”. E poi spieghi: “Se mi date la maggioranza in Parlamento, abolirò la democrazia, riformerò l’Italia da cima a fondo e risolverò finalmente i vostri problemi”. Molti sono convinti che un simile partito andrebbe vietato e che Berlusconi dovrebbe finire effettivamente dietro le sbarre: ciò andrebbe certamente contro la libertà politica e la libertà di parola, ma sarebbe giusto. Quelle libertà devono avere dei limiti.

Di questa esigenza di limitare la libertà democratica abbiamo esempi famosi. Kemal Atatürk rese la Turchia moderna, laica e democratica ma nel contempo vietò qualunque seria influenza religiosa nella vita pubblica. I militari furono resi garanti di questa norma e a questo scopo, naturalmente condannati dalle democrazie occidentali, intervennero ripetutamente per riconsegnare il Paese alla democrazia laica e liberale. Il kemalismo era dunque antidemocratico?

A sinistra fu di moda, in seguito, esecrare Reza Pahlavi, lo Scià di Persia. Effettivamente, sotto di lui, l’Iran non era esattamente identico alla Svizzera: e in Europa infatti si brindò, quando a Tehran arrivò Khomeini. Ma il seguito della storia ha dimostrato che con la teocrazia sciita quel Paese ha fatto un salto indietro, quasi nel Medio Evo. E ormai da decenni quello è un posto in cui le donne, anche miscredenti, devono andare in giro velate, dove si impiccano gli omosessuali in quanto tali e dove si possono candidare alle elezioni solo coloro che piacciono agli ayatollah. È questo, il progresso? Forse sarebbe stato meglio tenersi lo Scià.

Ma c’è un argomento che taglia la testa al toro, per gli idealisti nostrani. Sostenuti dalla nostra venerata Costituzione, in Italia siamo liberi di pensare, dire e scrivere qualunque cosa. In passato siamo stati liberi di votare per un partito che sperava di trasformare l’Italia in un satellite della Russia di Stalin. Oggi, sia pure stramaledicendoci a vicenda,  siamo liberi di votare sia per Berlusconi, sia per chi promette di eliminarlo dal panorama. E tuttavia non siamo liberi di votare per il partito fascista (vietato dalla XII disposizione transitoria e finale della Costituzione e dalla famosa “legge Scelba”). Poco importa che non ne abbiamo nessuna voglia. Rimane il fatto che possiamo aderire a qualunque partito, votare anche per il diavolo, ma non possiamo essere fascisti e votare partito fascista. Ciò è tanto diverso dalla reazione dei militari egiziani contro la folla islamica? Lì si è liberi di pensarla come si vuole, si è liberi di votare per chi si vuole, ma non si può votare per un partito che intende imporre la sharia o qualcosa del genere. Noi non possiamo atteggiarci a severi giudici dei militari egiziani.

Che la nostra Costituzione del resto non sia quel modello di libertà che molti vorrebbero lo dimostra l’art. 139: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. E perché mai? Dove sta scritto che non si possa preferire la monarchia alla repubblica? O forse gli inglesi sono meno liberi e democratici di noi?

Non si intende concludere che i militari egiziani abbiano fatto bene a destituire Morsi e oggi facciano bene a sgombrare con la forza le strade e le piazze del Cairo. Anche se a quei manifestanti nessuno avrebbe torto un capello, se se ne fossero andati a casa. Si intende solo sostenere che l’azione dei militari al potere, come qualunque altra, va giudicata politicamente, non in base ad astratti ed aprioristici schemi democratici. Nel 1943, salvo errori, Hitler fece votare - democraticamente - una norma in base alla quale la sua volontà era legge. Se allora qualcuno lo avesse assassinato, sarebbe stato un assassino o un tirannicida? E quanti milioni di vite avrebbe salvato?

Gli schemi “manifestanti buoni/polizia cattiva”, “rivoluzione buona perché  sempre democratica/repressione cattiva perché sempre dittatoriale” vanno verificati in concreto. Si può solo sperare che i militari consegnino al più presto l’Egitto ad una democrazia laica e tollerante.

pardonuovo.myblog.it

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