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Esteri
Erdogan verso la vittoria al referendum. Svolta autoritaria in Turchia

Occhi del mondo puntati sulla Turchia in vista del referendum costituzionale con cui domenica 16 aprile il paese è chiamato a decidere del passaggio al presidenzialismo. Secondo gli esperti, i cittadini approveranno la riforma voluta dal presidente Recep Tayyp Erdogan per aumentare i poteri del capo dello Stato. Il presidente diventerebbe contemporaneamente capo dello Stato e del governo. Una svolta decisa, quindi, verso l'autoritarismo.

Secondo gli ultimi sondaggi dell'istituto di ricerca Gezici il 'Sì' sarebbe al 51,3%, il 'No' al 48,7%. Il quotidiano Cumhuriyet invece riporta il risultato dell'Istituto statistico Avrasya, secondo cui il 'No' sarebbe al 53,75%, mentre il 'Si' sarebbe al 46,25%. Secondo Ibrahim Uslu, direttore del centro statistico Anar, la paura pesa sui sondaggi: molti che hanno dichiarato di votare per il Sì per questo motivo. Resta da vedere se poi voteranno poi 'No' nel segreto delle urne.

Se vincesse il Sì, sarebbe l'ultima tappa di un percorso durato 15 anni, il cui il Paese geograficamente a metà tra Europa e Asia si è allontanato sempre più dall'essere una democrazia musulmana e si è avviato a essere uno Stato autoritario. Il nuovo presidente potrebbe nominare o rimuovere i ministri, far passare leggi per decreto, nominare la maggioranza dei giudici della Corte suprema.

Edrogan, in barba al suo ruolo 'super partes', ha dominato la scena politica negli ultimi mesi, occupando tutti gli spazi disponibili, rilasciando interviste a raffica e partecipando a comizi in tutto il Paese, attaccando con veemenza tutti i suoi avversari, reali o presunti, fino ad arrivare agli attacchi all'Europa, a minacciare la revisione dell'accordo sui migranti e a evocare un referendum sui negoziati di adesione con l'Ue pur restando il desiderio di mantenere intatti i rapporti economici.

Nei discorsi, pieni di retorica nazionalista, Erdogan ha evocato anche il ripristino della pena di morte, abolita nel 2014. Sono finiti nel mirino del presidente i curdi (ago della bilancia alle elezioni del 2015), i "golpisti", i sostenitori del movimento guidato dall'imam Fethullah Gulen, che Ankara accusa di essere stato l'ispiratore del tentativo di golpe dello scorso 15 luglio. Dal fallito colpo di stato sono 47mila le persone arrestate perché sospettate di far parte del movimento di Gulen e da allora sono circa 140mila in tutto le persone finite in manette, rimosse o sospese dall'incarico. Erdogan se l'è presa anche con i media: i giornalisti in carcere in Turchia sono 152 (secondo le denunce delle opposizioni) e circa 200 sono gli organi d'informazione che sono stati chiusi negli ultimi mesi.

L'esito del voto significherà per Erdogan un rafforzamento senza precedenti nella sua storia ai vertici della Turchia - in ballo c'è "il sistema Erdogan più che il sistema presidenziale", ha detto all'agenzia di stampa Dpa Gareth Jenkins del Silk Roads Study Institute- o una sonora sconfitta, un rischio concreto che lascia prevedere elezioni anticipate e non esclude un nuovo 'lavoro' per una nuova riforma. Ai rivali, che hanno messo in guardia dal rischio dell'"uomo solo al comando", Erdogan ha risposto sostenendo che Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della Turchia moderna, avrebbe votato "sì" al referendum.

Il governo di Ankara insiste nel ripetere che il sistema presidenziale contribuirà a porre fine al terrorismo (dopo la scia di attacchi degli ultimi mesi, dopo la strage di Capodanno al Reina di Istanbul firmata dall'Is) e alla crisi del Paese (con la lira che ha perso più del suo 20% del valore nell'ultimo anno e con l'economia messa a dura prova dal tentativo di golpe come dagli attacchi terroristici, come dalla crisi del turismo). Per gli elettori convinti del 'sì', che ripongono assoluta fiducia nel 'sultano', Erdogan e l'Akp hanno avuto il pregio di investire nelle infrastrutture, dare all'Islam un ruolo sempre più importante nella vita del Paese e sono maestri del 'welfare state' (alla turca). Ma per gli analisti, la riforma ha comunque spaccato sia l'Akp (si è notata in campagna elettorale l'assenza dell'ex presidente Abdullah Gul e proprio sul presidenzialismo si erano confrontati Erdogan e l'ex premier Ahmet Davutoglu) che il suo alleato, l'Mhp.

La campagna per 'no' ha dovuto invece fare i conti con non poche difficoltà. Secondo gli osservatori, al principale partito di opposizione, il Chp, è stato concesso un tempo infinitamente minore rispetto a quello che in tv hanno avuto a disposizione Erdogan e i suoi ministri (la Turchia si colloca al 151esimo posto sui 180 Paesi nell'indice della libertà di stampa del 2016 di Rsf). E poi c'è il 'caso' del partito filo-curdo Hdp: restano tuttora in prigione più di una decina di deputati della forza politica, compresi il leader e la co-presidente, Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag. Inoltre, a livello locale il partito è stato colpito da una raffica di arresti, che ha toccato anche sindaci di città del sudest a maggioranza curda e che ne ha decimato i vertici. 

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