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Etiopia: nessuna pulizia etnica eritrea contro gli Irob
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Etiopia: nessuna pulizia etnica eritrea contro gli Irob

In Etiopia è in corso una guerra senza fine e, purtroppo, anche senza notizie. O per meglio dire con molte notizie false e parziali. Non c’è giorno in cui i social non riversino in rete una quantità enorme di fatti e opinioni, lasciando al lettore, ma anche a chi scrive per mestiere, il compito di capire e, soprattutto, controllare le fonti.

Già perché il conflitto iniziato nel Tigray nel 2020 dal Tplf (Tigray People’s Liberation Front) contro il governo federale del premier Abiy Ahmed in carica dal 2018, ha avuto, fin dall’inizio, un secondo fronte, quello mediatico.

Così, fino alla conclusione, che tale non è stata, del 2022, chi in Occidente seguiva le notizie della guerra in Tigray incorreva in manipolazioni e interessi alle spalle dei fatti raccontati.  Intendiamoci, nel Tigray, regione abitata da sei milioni di persone, i morti sono stati moltissimi, si dice seicentomila, forse di più. Tantissimi i civili sfollati da una regione sempre al limite della sussistenza e ora piombata nell’incubo della fame.  

A un certo punto alla popolazione, infatti, non arrivano più gli aiuti. Si dice che la colpa sia del governo di Addis Abeba che ha deciso di usare la fame come arma. Invece se gli aiuti non arrivano la responsabilità non è dei posti di blocco dei soldati federali ma di UsAid che spiega che tali aiuti non arriverebbero alla popolazione perché il Tplf li ruba e se li spartisce. Per questo motivo l’organizzazione internazionale ha fermato i camion con i carichi.

Un anno dopo l’inizio del conflitto escono report di agenzie internazionali che accusano i federali, i soldati eritrei e quelli amhara, cioè la coalizione contro il Tplf, di compiere eccidi nel Tigray, ruberie, stupri, omicidi di civili. Leggendoli però emergono molte contraddizioni, cominciando dai testimoni, sentiti via telefono in una zona priva di connessioni a meno di non avere telefoni satellitari, oppure interrogati nei campi profughi in Sudan, senza chiedersi se fossero soldati del Tplf in fuga.  Si pubblicano articoli sul massacro di Axum con dichiarazioni di un “prete copto” che si rivelerà invece un attivista etiopico residente in America. E così via. Anche “Monna Lisa” entra nel quadro. Per i giornali italiani è “una ragazza leonardesca che ha perso un braccio ma non la dignità”. Effettivamente è una giovane donna però è anche una soldatessa del TDF (Tigray Defense Forces) come dichiarerà il padre in televisione.

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Il problema è che a Pretoria a novembre 2022 è stato firmato un accordo che anziché fermare la guerra ne ha avviato una seconda fase, tra esercito federale a amhara i cui rappresentanti non hanno partecipato alle trattative di pace come del resto neanche l’Eritrea. Entrambi ritenevano che in quel momento non ci fossero le basi per un accordo con il Tplf.

Dell’Eritrea si è detto che fosse entrata nel conflitto per mettere a tacere, una volta per tutte, il Tplf suo nemico giurato fin dai tempi di Meles Zenawi. Senza aggiungere però che, all’inizio dello scontro, quando i soldati Tdf uccidono i soldati federali e saccheggiano la riserva nazionale di armamenti collocata proprio nel Tigray, bombardano anche Asmara, la capitale eritrea.

Comunque dopo l’accordo di pace il premier Abiy Ahmed chiede ai governatori regionali di smobilitare gli eserciti locali in modo che tutti i soldati diventino parte dell’esercito federale. Pochi governatori lo fanno. Non certo il Tigray che mantiene il Tdf e neppure gli amhara la cui arma più forte ora sono i Fano, un movimento organizzato militarmente deciso a difendere la propria gente perché il Tplf non possa più organizzare pulizie etniche come quella di Mai Kadra del novembre 2020, quando le porte delle abitazioni degli amhara da uccidere sono state segnate con vernice scarlatta.

Sul conflitto politico tra Tigray e Amhara, che è il nucleo di questa seconda fase di scontri, è necessario aprire una parentesi. Nel 1995 la Costituzione etiope, voluta dall’allora premier Meles Zenawi, prevede un articolo per cui “ogni nazione, nazionalità e popolo dell’Etiopia ha diritto all’autodeterminazione, incluso il diritto alla secessione”.

Questa diventa la base del pensiero politico del Tplf che ritiene tigrini tutti i popoli che parlano tigrino non solo quelli che risiedono nel Tigray. Così, mentre il partito diventa capo della coalizione di governo, pur rappresentando un’etnia minoritaria, gli Amhara, etnia ben più numerosa, diventano i nemici da combattere, gli oppressori di un tempo andato.

Perciò i fertili territori di Wolkait, Gondar, Raya e la provincia Wollo, fino a quel momento Amhara, diventano parte del Tigray, che prende il nome di Tigray Occidentale ed è la regione dove oggi si combatte. Dopo aver appoggiato il governo di Addis Abeba nella prima fase di guerra contro il Tplf, i Fano occupano il novanta per cento della regione contestata.

L’Amhara Prosperity Party governa ancora nelle zone di Raja e Wolkait Tsegede. Fonti locali dicono però che è solo questione di tempo, che i Fano vinceranno perché hanno il sostegno della popolazione.

Nella stessa area è di questi giorni la notizia di una nuova “pulizia etnica”. Questa volta sarebbero stati i soldati eritrei ad attaccare una popolazione che vive nella limitrofa regione Irob.

“Il Tigray è un buco nero”, dice un’attivista etiopica residente in Italia, “ci sono movimenti separatisti nella zona Agame, che sostengono che il loro territorio sia ora occupato dall’Eritrea. In realtà si sentono traditi dal Tplf che li avrebbe abbandonati al loro destino”.

La maggioranza di queste persone è cristiana, molti anche cattolici. Per questo la notizia dell’attacco eritreo arriva da fonti cattoliche. “I missionari sono brava gente che si lega alla popolazione locale. Condividono la loro mentalità, spesso ne parlano la lingua… in Tigray, quando durante il conflitto si intervistavano i missionari, ci si accorgeva che erano parte in causa. Le loro analisi politiche vanno prese con cautela, per questo non dovrebbero essere l’unica fonte”, dice una donna tigrina contattata per telefono sugli accadimenti.

Il problema attuale rimanda alla questione dei confini tra Eritrea ed Etiopia.

Nel 1991 l’Eritrea diventa uno stato indipendente. Pochi anni dopo però, nel 1998, comincia un nuovo scontro con l’Etiopia, proprio nell’area del Tigray dov’è iniziata la guerra del 2020.

Nel 2000 gli accordi di Algeri, per definire la pace tra i due paesi, istituiscono una commissione con il compito di stabilire i confini. Due anni di studi, moltissime carte e duecentocinquanta mappe portano alla demarcazione grazie alle mappe coloniali italiane del 1900, 1902 e 1908.

Il confine riconosciuto tra i due paesi, semplificando, è quello segnato dal corso dei fiumi Mareb, Belesa, Muna. La zona sottostante è divisa in due, una a nord, definita un tempo “Acchele Guzai” diventa Eritrea, l’altra a sud, chiamata “Agame” quando era “sotto il controllo abissino” diventa Etiopia.

“La provincia Irob storicamente non è mai stata parte dell’ex colonia Eritrea gli abitanti sono sempre stati etiopi. L’occupazione (ndr, attuale) quindi viola la vecchia regola africana per cui i confini degli stati indipendenti devono rispecchiare quelli coloniali”. Così scrive Avvenire, dimenticando però che la commissione EEBC (Eritrea - Ethiopia Boundary Commission) ventidue anni prima aveva deciso che il distretto Irob è eritreo, che non è una “provincia amministrativa del Tigray”, perché l’attività amministrativa in tale distretto è stata minore da parte etiope rispetto alla parte eritrea.

Abbandonando la storia passata per tornare ai giorni nostri, lo scorso 8 maggio a Roma, alla Farnesina, si è svolto il “dialogo imprenditoriale Italia-Africa”, seguito della conferenza di gennaio che ha dato l’avvio al Piano Mattei. Nell’intervento d’apertura il ministro degli affari esteri Antonio Tajani ha detto di “credere molto nel rapporto privilegiato” dell’Italia con l’Africa. “Noi siamo i suoi naturali interlocutori” ha detto, aggiungendo che sarà un “rapporto win-win” a favorirne la crescita.

Tra i molti paesi africani con cui l’Italia riprenderà rapporti economici ma anche culturali e di sostegno alla formazione dei giovani, c’è l’Eritrea dove a giugno è programmata una visita del governo italiano.

Relativamente alla situazione nella regione, un alto funzionario delle Nazioni Unite, ci ha confermato che si ritiene che l’Eritrea, in questo periodo, sia l’unico paese stabile, che agisce per la pace. Fondamentale, per esempio, l’accoglienza data ai profughi sudanesi, che la popolazione eritrea considera fratelli.

 






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