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Esteri

Di Antonio Padoa-Schioppa

Da alcuni anni e sempre più spesso negli ultimi mesi, dall’interno dei paesi dell’Unione Europea si levano voci contro l’Unione stessa. Le critiche, le accuse e le recriminazioni sono diverse nei toni e nei contenuti. L’Europa non deve né può diventare uno stato perché non esiste oggi né esisterà in futuro un popolo europeo, un demos comune, al di sopra degli stati nazionali e dei popoli delle nazioni. La burocrazia di Bruxelles impone ai nostri paesi un’uniformità coatta e dannosa. L’Unione manca di legittimazione democratica. L’austerità e le politiche restrittive sui bilanci nazionali, imposte dalla Germania, non solo non risolvono la gravissima crisi dell’economia ma contribuiscono ad aggravarla.

Tali critiche hanno radici diversissime tra loro. Le ultime due non mancano di validi argomenti, mentre le prime due sono, a nostro avviso, infondate. Ma il loro insieme, pur dissonante, contribuisce ad accentuare la crisi dell’Unione.

La crisi dell’economia, anzitutto. Essa non è nata in Europa, è una crisi importata. Ma sta ora infierendo sul Vecchio Continente, in particolare in paesi come l’Italia che non si sono attrezzati per tempo per fare fronte, con risorse e con strumenti adeguati, alle mutazioni indotte dalla globalizzazione. E le terapie di controllo del disavanzo e di riduzione del debito pubblico, indotte dalla necessità di garantire la tenuta dell’euro, applicate come sono in modo drastico e senza interventi anticiclici, non solo non hanno risanato i conti pubblici ma ha li hanno compromessi ulteriormente, perché la recessione sta riducendo le entrate. Lo stesso Fondo Monetario Internazionale ha dovuto riconoscere, dopo oltre due anni, che le terapie restrittive adottate in tempi troppo brevi e in fase di riduzione della domanda avevano prodotto effetti negativi. Il rimedio, come ora si comincia a percepire più chiaramente, sta nell’accompagnare le politiche di rientro nei parametri di un bilancio sano, da eseguire a livello nazionale, con misure anticicliche di investimenti in beni pubblici al livello europeo, là dove non vi è certo il rischio di creare disavanzi o debito pubblico in misura eccessiva: dunque, urge dar vita a un governo dell’economia sovranazionale e a una fiscalità europee sotto il controllo del Parlamento europeo.  

L’insufficiente legittimazione democratica. Qui l’appunto è fondato, nel senso che in troppi settori di competenza dell’Unione le decisioni, quando ci sono (ma troppo spesso esse non vengono assunte a causa del potere di veto che i trattati riservano a ciascun governo in oltre quaranta categorie di decisioni) non coinvolgono il solo organo legittimato dal voto popolare a legiferare al livello sovranazionale: il Parlamento europeo. Le due riforme – abolizione del potere di veto, conferimento senza eccezioni del potere legislativo al Parlamento europeo in co-decisione con il Consiglio dei ministri deliberante a maggioranza – debbono essere contestuali. E debbono accompagnarsi con il necessario collegamento, già previsto dal trattato di Lisbona, tra l‘esito dell’elezione europea e l’elezione del presidente della Commissione. Solo così il difetto di democrazia al livello europeo potrà venir colmato, tra l’altro fornendo, come è giusto, una corretta risposta ai rilievi della Corte costituzionale tedesca.

Anche le proteste nei confronti dell’eccessiva minuziosità delle discipline comunitarie sul mercato unico sono in parte giustificate. Ma va tenuto presente che in molti casi sono gli stessi governi nazionali a esigere tali normative, nell’intento di meglio garantirsi da pratiche di concorrenza sleale; e che i principî di sussidiarietà e di proporzionalità, inseriti nei trattati, offrono strumenti adeguati per limitare tali eccessi.

Infine, la resistenza tenace a ulteriori trasferimenti di poteri dal livello nazionale al livello europeo nasce dalla mancata percezione di quanto già oggi sia sottratto alla sovranità nazionale, in linea di diritto come in linea di fatto. Le competenze attribuite all’Unione dai trattati non debbono essere aumentate, ma soltanto implementate attribuendo al livello europeo il potere di esercitarle, nei limiti imposti dal fondamentale principio di sussidiarietà. Anche il timore di dar vita a un Superstato è infondato, dal momento che entro l’Unione gli Stati membri mantengono una legittimazione indiscussa, come avviene in ogni struttura federale. Le risorse che consentirebbero di esercitare adeguatamente le funzioni che i trattati attribuiscono all’Unione sono limitate: dall’attuale 1% del Pil europeo, basterebbe salire al 2% o al 3%, in parte con risorse proprie e con una fiscalità europea, in parte tramite trasferimenti dal livello nazionale, dunque senza oneri per il cittadino, per consentire un’efficace politica economica e per mettere finalmente l’euro in sicurezza.  

Neppure l’asserita mancanza di un demos europeo corrisponde al vero. Un’identità europea esiste già in molti campi della vita e nella stessa concezione della società e della politica: l’opposizione alle guerre, la condivisione di uno stato sociale che mira a tutelare la salute e a limitare le conseguenze più gravi della povertà, la spinta crescente per la tutela dell’ambiente naturale, la pluralità culturale e religiosa, la stessa diversità delle tradizioni e delle lingue entro una medesima storia sono aspetti comuni alle tante regioni d’Europa, nei quali si ravvisano i tratti di una comune civiltà.

Va aggiunto che questi sviluppi istituzionali, in grado di dare una risposta in positivo alle critiche contro l’Europa, debbono tradursi in riforme per i soli Stati membri che le condividano. In particolare, è per i Paesi dell’Eurogruppo (insieme con quelli che vorranno aggiungersi a essi) che il passaggio a una struttura compiutamente sovranazionale e federale s’impone ormai come necessaria e urgente per uscire a dalla crisi. Chi non vorrà far parte del nucleo stretto dell’Unione potrà sottrarvisi, e ciò vale in particolare per la Gran Bretagna. Entro l’Eurozona una struttura federale è ormai ineludibile.

L’euroscetticismo è in aumento? Sappiamo bene che è così. Contribuiscono anche le pulsioni rinascenti di populismo e di protesta indiscriminata, ovviamente potenziate dalla ormai insostenibile condizione di crisi sociale indotta dalla crisi. Il rischio di collasso dell’euro, che i mercati e la speculazione finanziaria accentuano, non è ancora scongiurato. Occorre allora mostrare che l’integrazione economica e politica dell’Europa non è il problema, è la soluzione del problema della crisi profonda dei nostri stati. E non certo solo dell’Italia.

Un ultimo rilievo. Al di là e al di sotto delle critiche e delle riserve che si manifestano nell’euroscetticismo crescente, una contraddizione di fondo emerge con sempre maggiore evidenza. La tendenza alla chiusura, all’isolamento, al protezionismo economico e alle barriere culturali si manifesta, oggi come in passato, in fasi difficili della vita collettiva. Sono reazioni di difesa che, lungi dal risolvere le difficoltà, accrescono povertà e recessione. La sottocultura che le sottende va combattuta. Solo un’Europa unita nelle diversità può dare il suo apporto, che è stato e che può continuare a essere fondamentale, alle trasformazioni del mondo di domani. La pretesa sovranità degli stati nazionali non esiste già più. Ma lo scetticismo richiede, per essere superato e sconfitto, un supplemento d’anima: un’opera di convincimento attivo, soprattutto nei riguardi dei giovani, che non avendo per loro fortuna conosciuto la guerra se non nelle immagini televisive, non sanno che la sola alternativa a questa suprema e millenaria follia dell’umanità risiede nella formazione di un ordine cosmopolitico. Un ordine del quale l’Europa, responsabile di due guerre mondiali, può offrire, se ne sarà capace, un modello di portata planetaria.

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