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Fabbriche europee in crisi e posti di lavoro in fumo, i nodi al pettine di Ursula von der Leyen

Dalle promesse verdi all’allarme fabbriche: von der Leyen davanti alla crisi dell’industria europea

Fabbriche europee in crisi e posti di lavoro in fumo, i nodi al pettine di Ursula von der Leyen
Ursula Von Der Leyen

Fabbriche europee in crisi e posti di lavoro in fumo, i nodi al pettine di Ursula von der Leyen

La prossima settimana la Presidente Ursula von der Leyen terrà davanti al Parlamento europeo il tradizionale discorso sullo Stato dell’Unione. A Bruxelles è già partito il toto discorso: difficile sostenere che, sotto molti aspetti — incluso quello economico — lo stato dell’Unione sia migliorato rispetto a un anno fa.

Nel discorso dello scorso anno, la Presidente aveva promesso un rilancio della competitività europea, attraverso una ricalibrazione del Green Deal, trasformato nel nuovo Clean Industrial Deal, e un impegno a “semplificare il quadro regolatorio” con ulteriori pacchetti omnibus di semplificazione. Aveva inoltre annunciato una strategia industriale per “garantire che il futuro delle tecnologie pulite continui a essere fatto in Europa” e un nuovo Industrial Accelerator Act per sostenere la produzione europea di tecnologie pulite.

Qualche tentativo di ricalibrazione, in effetti, c’è stato. La proposta di riformare ulteriormente — e rendere ancora più stringente — la normativa REACH che disciplina la classificazione delle sostanze chimiche è stata ridimensionata. È stata anche avviata una revisione della strategia per il settore dell’auto, superando l’impostazione rigida del “solo elettrico” e consentendo una maggiore flessibilità attraverso l’uso di biocarburanti ed e-fuels per la neutralità tecnologica.

Ma nel frattempo l’industria chimica e di base europea ha continuato il suo collasso. Nonostante le discussioni sulla “autonomia strategica”, la realtà è che la produzione europea di chimica di base, fertilizzanti, materiali e componentistica continua a ridursi: la chimica di base ha registrato un calo della produzione stimato tra il 10% e il 15%, con contrazioni superiori al 20% nei comparti ad alto consumo energetico, mentre l’intera produzione industriale manifatturiera dell’Eurozona si mantiene in sofferenza.

L’onda lunga delle complicazioni burocratiche non si è fermata: da ultimo, il Regolamento PPWR sugli imballaggi ha imposto una scadenza tassativa di applicazione per il 12 agosto 2026, richiedendo migliaia di nuove dichiarazioni, schede di conformità e adempimenti tecnici che nella quasi totalità dei casi rischiano di appesantire le aziende senza un reale controllo.

Sul fronte dell’auto, la vigilia del discorso sullo Stato dell’Unione non ha portato segnali di ripresa, ma l’ennesima ondata di esuberi. Volkswagen ha avviato un piano di riorganizzazione che minaccia fino a 30.000 posti di lavoro, giungendo a ipotizzare la storica chiusura di impianti in Germania. L’impatto si estende drammaticamente all’intera filiera della componentistica, dove le stime indicano oltre 86.000 tagli di posti di lavoro complessivi annunciati dai fornitori europei: colossi come ZF Friedrichshafen prevedono fino a 14.000 riduzioni entro il 2028, mentre Bosch e Continental hanno confermato piani per oltre 7.000 esuberi ciascuna.

Quanto fatto dall’Europa quest’anno è insufficiente: troppo poco e troppo tardi per invertire la rotta. La deindustrializzazione europea continua a progredire, e con essa la povertà, il disagio sociale e la rabbia. Il problema di fondo è che le istituzioni europee sembrano vivere in una sorta di illusione: quella di poter mantenere contemporaneamente standard sociali e ambientali molto più elevati del resto del mondo, frontiere totalmente aperte al commercio, e una propria industria competitiva. Purtroppo, avendo ormai perso la superiorità tecnologica verso il resto del mondo non è possibile avere tutte e tre queste cose insieme.

Il compito dell’Europa, per invertire la tendenza, è coniugare tali tre obiettivi fondamentali trovando una sintesi sostenibile economicamente e socialmente. Quello che non possiamo fare è non scegliere, fingendo — come un bambino viziato — di poter avere tutto. Perché se non scegliamo noi, la realtà e il resto del mondo sceglieranno per noi, acquisendo pezzi della nostra economia e del nostro benessere. Non perché siano ostili, ma perché stanno facendo le loro scelte sulla base del mondo com’è, non del mondo che vorrebbero. In fondo, stanno facendo a noi ciò che noi abbiamo fatto a loro negli ultimi duecento anni, quando grazie al nostro sapere e al nostro lavoro siamo stati la guida del benessere globale.

Il discorso della Presidente von der Leyen sarà un passaggio chiave per comprendere quali strumenti concreti l’Europa intenda mettere in campo. Per superare questa fase non occorre cercare responsabilità all’esterno, ma affrontare con umiltà, pragmatismo, e realismo economico le cause interne della perdita di competitività.