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Esteri
PUSSY RIOT copertina jpeg


Sono donne, sono in tre e hanno deciso di sfidare il regime dell’ultimo Zar di Russia. Putin le ha spedite in prigione e le loro chitarre hanno smesso di suonare, ma la lotta disarmata contro la censura di Stato continua. Free Pussy Riot!, scritto con la penna ironica e pungente di Alessandra Cristofari, svela la storia del movimento punk, raccontando, con dovizia di informazioni e notizie inedite, la sua nascita, le ragioni della protesta, il contesto storico, politico e religioso che lo circonda, e poi ancora: gli arresti, la “democrazia secondo Putin”, la Chiesa ortodossa, la repressione dei dissidenti.

Un viaggio magmatico nell’universo della politica russa, che rende testimonianza a chi ha avuto il coraggio di spezzare con la propria parola il cemento della cesura e dell’imbavagliamento: Anna Politkovskaja, Alexander Litvinenko, Anastasia Baburova, Natalya Estemirova, Leonid Razvozzhayev sono solo alcune delle voci che si sono sollevate contro l’ingiustizia esercitata dal sistema russo. Quando poi è la musica a diventare protesta politica, tacere è davvero un delitto.

L'autrice
Alessandra Cristofari vive a Roma dove lavora come redattrice presso Giornalettismo. Laureata in Lettere e Filosofia, ha vinto il Repubblica Roma Rock nel 2008 e ha collaborato con diverse testate musicali, radiofoniche e di informazione. Questo è il suo primo libro.

 

 

Pussy Riot by Igor MukhinPussy Riot - foto di Igor MukhinGuarda la gallery
 

Free Pussy Riot! Viaggio nella Russia di Putin
di Alessandra Cristofari (Prefazione di Sabina Guzzanti)
Editori Internazionali Riuniti 2013
Pagine 112 – 8,50 euro

 

- Primo Capitolo -

Sacralità e (è) ribellione
«È grandiosa, Alés"a, questa scienza!
Un uomo nuovo verrà, questo lo capisco bene...
E mi rincresce malgrado tutto per Dio!».
(Fédor Michajlovic Dostoevskij, I fratelli Karamàzov)


La Cattedrale del Cristo Salvatore è l'artificio in mattoni dell'atavica contraddizione russa e l'edificio più alto di Mosca. Il Ponte dei Patriarchi srotola un solenne tappeto pedonale sul fiume per accompagnare i fedeli e la cupola dorata permette al Solenne una geolocalizzazione ineguagliabile: è la casa del sacro voluta ardentemente negli anni Novanta dallo Stato che investì duecento milioni di dollari ma che, poco prima, tentò di lavarsene le mani — biblicamente s'intende — dichiarando che la ricostruzione non avrebbe ottenuto alcun fondo pubblico. Inizialmente voluta da Alessandro I, con uno stile neoclassico e massonico che il fratello successore Nicola I poco gradiva, prese forma attraverso l'opera dell'architetto Konstatin Thon.

1931 Stalin la fa abbattere perché al suo posto vuole un altissimo palazzo dei Soviet, con tanto di statua leniniana di cento metri: il progetto non verrà mai realizzato e, per cinquant'anni, a riempire l'architettura del vuoto ci penserà la piscina più grande del mondo. Il complesso attuale di settantamila metri quadrati, frutto di un lavoro decennale, sale verso l'alto per centotré metri di altezza e occupa ottomila metri quadrati per ospitare diecimila fedeli e assemblee ecclesiastiche nell'ala interdetta al pubblico, proprio sotto agli altari. Maestosità ottenuta in tempi record per l'850' anniversario di Mosca: solerte, come solo potrebbe essere la collaborazione promossa da intenti che condividono lo stesso tetto.

L'impresa edile Inteko, che si è occupata della ricostruzione, faceva capo a Elena Batourina, moglie di Yuri Luzhkov, l'allora sindaco di Mosca destituito da Dmitrij Medvedev a causa di una «perdita di fiducia»2 e, nei titoli di stampa del periodo, torna ricorrente il presunto favoritismo verso la moglie, diventata la «donna più ricca del Paese». Non resta molto di quei giorni in cui la Russia è un cantiere aperto governato dal volere di Luzhkov/Batourina, neppure la direzione dell'impresa che passa a 2 Settembre 2010: Medvedev, in visita a Shangai, formula un decreto per allontanare il sindaco dalla sua poltrona e proclama Vladimir Resin come successore. «Ha perso la fiducia del presidente della Federazione russa», riferisce Natalia Timakova, portavoce del Cremlino, all'agenzia d'informazione Itar-Tass.

Mikhail Gutseriyev, un altro famoso magnate della terra bolscevica.
Non sorprende dunque che le ragazze arrabbiate, con colbacco e leggins fluo, abbiano scelto proprio questo luogo per declamare i versi della preghiera punk del febbraio 2012, consapevoli dell'istantaneo effetto mediatico che ne sarebbe conseguito. Il collettivo Pussy Riot è partito alla volta del cuore sacro della Russia, armato di chitarre, amplificatori e sete di ribellione. Il 21 febbraio è il giorno dell'irruzione: sono almeno dodici a tirare calci nel vento e, nell'area votata a ben altre funzioni, si dimenano, ballano e invocano il cambiamento dai tratti facili, come se per scardinare il potere bastasse mandare a casa Putin. La preghiera che adira i volti dei fedeli dura poco meno di un minuto: il tempo di essere trascinate via. La sfarzosa struttura assiste all'invocazione alla Beata Vergine Maria affinché possa indossare i panni di un'eroina femminista, in grado di azzerare le ingiustizie sociali e di «trascinare via» quell'oscuro oggetto dei loro desideri che porta il nome del presidente russo.


Alessandra Cristofari God save the Queen nel giorno della celebrazione del Giubileo d'Argento della Regina Elisabetta. Urlavano «No future» quando una rissa movimentò la protesta coinvolgendo il bassista Jah Wobble. Risultato: undici arresti. La band se la cavò con il pagamento di una multa e il massimo della pena furono i trenta giorni di prigione della fan Tracie O' Keefe, arrestata per aver assalito un agente di polizia ma poi prosciolta in appello.

«Non si scrive una canzone come God save the Queen perché si odiano gli inglesi. Si scrive una canzone come questa perché si amano e si è stanchi di vederli maltrattati» spiega John Joseph Lydon, meglio conosciuto come il leader della band Johnny Rotten, nel film documentario The Filth and the Fury del 2000. Come mai una canzone che parla di fascist regime, «regime fascista», che paragona la regina a un essere disumano (she ain't no human being) e che traccia le fila dell'assenza di futuro per il sogno inglese, ha investito gli esecutori di una pena minore rispetto alla Russia?

Il collettivo, in un'intervista a The St. Petersburg Times del febbraio 2012, prende le distanze da un possibile collegamento con la band britannica: «~ difficile riconoscere un reale elemento di protesta se si esegue la protesta su una barca che è stata presa regolarmente in affitto; al massimo si tratta di una performance commerciale. Non c'è nessuna affinità con noi perché noi non abbiamo mai affittato niente e non abbiamo intenzione di farlo, noi utilizziamo gli spazi che non ci appartengono e li utilizziamo gratis»3. Per il tribunale russo, la performance delle Pussy Riot è macchiata dal vilipendio della religione.

«~'avvenimento cristiano ha esaurito la sua spinta propulsiva. E ha svuotato il cielo, contribuendo a desacralizzare l'Occidente. D'altra parte che senso ha insistere ancora con un Dio di luce, di bene e di giustizia, che invece di incarnare anche il male e l'ombra (come gli antichi dèi) li ha vinti e redenti con il sacrificio sulla croce?»: è il quesito che Umberto Galimberti porge al mondo in Cristianesimo4 e che le Pussy Riot portano in scena inconsapevolmente, o quasi, sull'altare quando decidono di spettacolarizzare la protesta. Si parte dalla fede, in un lancio che punta verso la conquista della galassia mediatica del mondo intero, affinché gli occhi cadano sulla Russia, non come un meteorite qualsiasi, piuttosto come un lancio baumgartneriano destinato a rimanere nella storia.

Pyotr Verzilov, marito di una delle future Pussy galeotte, rivela che dopo aver appreso la notizia della condanna due di loro lasciano il Paese: «Si trovano in un posto sicuro, fuori dalla portata della polizia russa». A poco è servito l'allontanarsi: dopo le indagini, il 3 marzo 2012, le forze dell'ordine arrestano Maria Alyokhina, 23 anni e Nadezhda Tolokonnikova, 22 anni. Le due negano l'appartenenza al gruppo, sperando nella risolutezza del volto coperto dal cappuccio e iniziano uno sciopero della fame. Il 16 marzo finisce in custodia cautelare anche Ekaterina Samutsevich, 29 anni. Le tre confessano ed è solo l'inizio della vera battaglia che, a partire dall'arresto, si gioca nell'aula di tribunale tra gabbie isolanti, dichiarazioni filosofiche e sorrisi alla stampa.
 

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