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Esteri
"Charlie Hebdo non è contro le religioni, ma contro i fanatismi"

di Paola Serristori

La riunione di redazione è cominciata con la frase di rito: “Bene, quali sono le novità della settimana?”. E giù una risata generale, perché la domanda è suonata surreale. “Ah già, è questa la notizia... ”. Così è nato il nuovo numero, che sarà domani in edicola e sarà speciale per la tiratura – non più un milione, com'era stato annunciato, ma tre milioni di copie - e la traduzione in quattro lingue, sedici pagine anziché otto.

I redattori di Charlie Hebdo, “orfani” del direttore, di disegnatori, colleghi, amici, e col peso psicologico di andare avanti, oltre l'orrore, hanno deciso di non fare un “numero speciale” di necrologia, vogliono mostrare che la tradizione continua. “I giornalisti di Charlie Hebdo non sono contro le religioni, ma contro i fanatismi”, “Pubblicare il giornale sarà un modo per fare riflettere la gente su ciò che è stato attaccato, che va al di là di Charlie Hebdo: è la democrazia”, sono alcuni dei pensieri espressi dagli umoristi. In questo senso va interpretata la copertina: sul fondo verde, la caricatura del Profeta vestito di bianco, una lacrima che gli scende dall'occhio, e tra le mani il cartello JE SUIS CHARLIE, sotto la scritta “TOUT EST PARDONNE'” (TUTTO E' PERDONATO). Ulteriore ironia che si abbatte sul folle gesto degli assassini di una banda di umoristi è che Charlie Hebdo è resuscitato. Il settimanale stava per chiudere, come ammettono i giornalisti.

Affari aveva già riportato le parole di Zineb El Rahazoui: “Charb (soprannome del direttore, una delle vittime) aveva passato gli ultimi mesi a cercare i mezzi finanziari per salvare il settimanale, andando ovunque, aveva bussato a tutte le porte, anche alla presidenza della Repubblica. Diceva: 'Siamo un giornale che sta per morire, non abbiamo pubblicità, ci reggiamo solo sui soldi che i nostri lettori ci danno, acquistando le copie, ma le vendite calano inesorabilmente, come per tutti i giornali in carta. E questo aiuto non arrivava mai. Era più preoccupato della morte del giornale che della propria. Da più di 12 anni viveva sotto protezione. Io vorrei davvero che lui fosse qua e potesse vedere tutto questo”.

In questi pochi giorni il grafico degli abbonamenti ha segnato un'impennata. Tuttavia non è certo il futuro. E non tanto perché il settimanale è stato preparato grazie all'ospitalità di Liberation, che ha concesso i locali. E' Laurent Léger, direttore di Libération, a rivelarlo: “Essi non sono contro la religione, ma contro radicalismo. Non so se se la sentiranno di continuare. Manca il direttore, manca la metà della redazione, mancano talenti che non è possibile sostituire, e hanno delle famiglie che sono provate”.

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