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Esteri

Tutt'altro che risolto a Praga il giallo della morte dell'ambasciatore palestinese, ucciso il primo dell'anno nella sua residenza da una strana esplosione, per la quale si comincia a parlare con insistenza di attentato. Ad alimentare il mistero e le più diverse congetture è il luogo dove questo fatto è avvenuto, Praga, oggi considerata la capitale in Europa più vicina alle posizioni dello Stato di Israele, mentre un tempo, durante il vecchio regime pre '89, l'allora Cecoslovacchia comunista sosteneva risolutamente le istanze della Organizzazione per la liberazione della Palestina.

Non sembra reggere la prima ricostruzione degli inquirenti cechi, secondo la quale a Jamal al-Jamal, 56 anni, sarebbe stata fatale l'apertura incauta di una vecchia cassaforte dotata di una dispositivo autodistruggente. "Questo genere di dispositivi serve tutt'al più per liquidare il contenuto di uno scrigno di sicurezza, per esempio documenti, ma non è credibile che sia stato uno scoppio di questo genere la causa della morte" è l'opinione di Tomas Haas, un esperto, ex consulente del governo ceco. Il quale continua: "il fatto che si sia riunito immediatamente un comitato di crisi, alla presenza di tutti i rappresentati degli apparati di sicurezza del nostro Paese, fa pensare a qualcosa decisamente di più grosso del semplice scoppio di una cassaforte. Non si spiega altrimenti il motivo della evacuazione subito disposta ieri di tutti gli abitanti dei dintorni. E' invece probabile che nella dimora del diplomatico ci fosse altro esplosivo".

L'ambasciatore Jamal al-Jamal a Praga da poco più di due mesi - si era trasferito appena da due giorni nella nuova dimora, in uno stabile destinato ad essere la futura missione diplomatica palestinese nella capitale ceca. Il quartiere è quello di Suchdol, una tranquilla zona residenziale in collina, semiperiferia nord della città. Durante il trasloco al-Jamal si sarebbe portato dietro, fra le varie cose, anche la vecchia cassaforte, poi esplosa, secondo le prime ricostruzioni degli inquirenti. L'emissario palestinese è morto all'ospedale militare di Praga, poche ore dopo l'esplosione. Insieme a lui è stata ricoverata anche la moglie, una donna di 52 anni, alle prese con un forte stato di shock e subito dimessa.

Sempre più insistenti in queste ultime ore le voci secondo le quali a uccidere il diplomatico sarebbe stato il Semtex, lo storico di esplosivo di produzione ceco, marchio di fabbrica della vecchia Cecoslovacchia comunista. Il Semtex, "la plastilina del terrore", è una sostanza il cui enome ha fama sinistra, guadagnata in decennni nel mondo. Sviluppato negli anni '50 per scopi militari e applicazioni civili nel settore edilizio e minerario, questo esplosivo è conosciuto in primo luogo per l'utilizzazione che ne hanno fatto diverse organizzazione terroristiche negli anni '70 e '80. Ne erano pieni gli arsenali del blocco dell'Est, in particolare quelli dell'Armata Rossa ed in generale dalle forze armate dell'allora Patto di Varsavia e dei cosiddetti "paesi amici", fra cui la Siria, la Libia, l'Iran, la Corea del Nord, l'Iraq e il Vietnam. Successivamente, negli anni '70 e '80, il Semtex divenne strumento di morte delle più pericolose organizzazioni estremistiche internazionali. Intanto, a rendere il quadro ancora più inquietante, giungono questa mattina a Praga i dubbi sulla morte dell'ambasciatore palestinese e le prime accuse di attentato volto a eliminare Jamal al-Jamal, che cominciano a sollevare le autorità palestinesi.

Un cambio di linea a 180 gradi rispetto a ieri, quando, in un primo momento, le stesse autorità palestinesi avevano accreditato la tesi della cassaforte esplodente. "era una cassetta di sicurezza che non veniva aperta da quasi trent'anni" l'ipotesi subito avanzata da Riyad Al-Malik, ministro degli Esteri palestinese. Oggi invece un'agenzia cinese Nuvoa Cina riporta la tesi di un "anonimo alto rappresentante della Palestina" secondo il quale la morte dell'ambasciatore sarebbe da ricondurre a un attentato.

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