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Esteri
Giappone e birra, dagli investimenti in Italia al gin ‘anti-Covid’: la storia

L’ultimo decennio ha registrato un aumento costante nella produzione e nel consumo di birra in Italia, fino ad arrivare a un 2019 particolarmente positivo, con un boom dell’export (+13%) e oltre 3300 posti di lavoro in più rispetto al 2018. Non è un caso che il Giappone, storico produttore e consumatore di birra, abbia deciso di investire fortemente nel settore birrario italiano. Dopo aver acquisito Birra Peroni nel 2016, il gruppo Asahi ha deciso quest’anno di investire 13,5 milioni nel nostro paese, in particolare nello stabilimento di Padova, l’unico in tutta Europa a produrre la Asahi Super Dry, la birra giapponese più conosciuta e bevuta nel mondo.

Storia della birra in Giappone

La birra è la bevanda alcolica più consumata nel paese del Sol Levante. A introdurvela, secoli fa, furono i mercanti europei, ma solo dalla seconda metà del 18° secolo si affermò veramente, con la fondazione piccoli birrifici, alcuni dei quali sono arrivati a oggi ingranditi, famosi e molto produttivi, come la Spring Valley Brewery, fondata a Yokohama nel 1870 e trasformatasi poi nella Kirin Brewery Company, attualmente uno dei cinque big della birra in Giappone, insieme a Asahi, SapporoSuntory Orion.

Il birrificio Sapporo aprì nel 1876 sull'isola di Hokkaido e pochi anni dopo toccò ad Asahi a Osaka. L'Orion fu inaugurato a Okinawa nel 1957, mentre Suntory nel 1963.

Inizialmente tutti prediligevano la birra lager in stile pilsner, in parte perché era il tipo importato dagli europei, in parte perché è leggera e facile da apprezzare, abbinandosi bene all’abitudine giapponese di bere birra nelle più svariate occasioni, dagli incontri di lavoro alle uscite tra amici, in casa e nei locali, durante i pasti o come. Dal 1994, però, le leggi fiscali del settore sono state allentate, permettendo la nascita di tanti microbirrifici artigianali che hanno contribuito a variare molto le qualità di birra presenti sul mercato.

giappone birra
 

A questo punto, è diventato essenziale inserire una distinzione: la legislazione giapponese in materia di alcolici, infatti, permette di chiamare birra solo quella che contiene almeno il 67% di malto, mentre sotto quella percentuale si parla di happoshu. C’è poi un’altra bevanda, più recente, a base di semi di soia, riso o altri ingredienti, denominata happousei.

Birra, coronavirus e solidarietà

Anche in questo campo, quindi, i giapponesi si distinguono per fantasia e innovazione. Basti pensare che quest’anno, a causa della pandemia da Covid-19, le vendite di birra sono crollate anche in Giappone, ma tre aziende hanno unito le proprie forze per evitare che il prodotto invenduto andasse a male, trasformandolo in gin.

E così, la ABInBev Japan ha fornito 20 mila litri di birra non commercializzata, la Gekkeikan Sake Company l’ha distillata, mentre The Ethical Spirits & Co ha provveduto a renderla disponibile sul mercato, dove è arrivata lo scorso settembre con una particolarità: il ricavato viene devoluto al sostegno di quei settori lavorativi più colpiti dalle restrizioni imposte dall’emergenza sanitaria.

Anche in tema di alcolici il Giappone riesce a coniugare gusto, cultura, tradizione, innovazione e solidarietà, quindi a questo punto non ci resta che brindare: kanpai!

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