Attacco Iran, la testimonianza da Limassol: “Sirene nella notte, ma Cipro è abituata a vivere nella tensione”
Mentre il Medio Oriente si infiamma, la guerra bussa alle porte dell’Europa. Cipro, avamposto strategico nel Mediterraneo, si è risvegliata nel caos dopo l’attacco di un drone iraniano partito dal Libano contro la base britannica di Akrotiri. A pochi chilometri dall’esplosione vive Filippo Lucca, professionista nel settore finanziario, che si è trovato nel mezzo dell’escalation proprio mentre rientrava da un viaggio di lavoro.
Alla domanda se il clima sia carico di tensione e se la popolazione abbia paura, Filippo risponde descrivendo una realtà sospesa tra abitudine al conflitto e incertezza per il futuro.
Il rientro nel silenzio di Limassol
“Ti racconto esattamente come sono andate le cose”, esordisce Lucca. “Fino a ieri ero in Serbia con dei colleghi per un evento aziendale. Abbiamo iniziato a ricevere notizie frammentarie su Telegram e gruppi indipendenti: si parlava di un attacco a Cipro o di un tentativo di attacco. La nostra preoccupazione principale, in quel momento, era capire se l’aeroporto fosse ancora aperto per poter tornare a casa”.
Il rientro a 5 km dalla base
L’atterraggio a Cipro avviene dopo la mezzanotte, nel pieno dell’allerta. “Una volta a terra abbiamo avuto la conferma: c’era stato l’attacco di un drone iraniano partito dal Libano. Io abito molto vicino alla base militare britannica di Limassol, letteralmente a 5 chilometri di distanza. Quando sono tornato a casa, piuttosto tardi, ho sentito un paio di sirene, anche se per breve tempo; forse un falso allarme o una precauzione. Molti ciprioti non sono riusciti a dormire: sono rimasti tutta la notte a guardare i canali d’informazione e ad ascoltare il cielo, pensando che potesse cadere qualcosa. Eppure, stamattina a Limassol la vita sembrava apparentemente normale e la situazione tranquilla”.
Una terra abituata alla tensione
Sulla paura di nuovi attacchi, Lucca offre una prospettiva legata alla storia complessa dell’isola: “Cipro è un paese particolare. Non è ufficialmente in guerra, ma vive una situazione simile alle due Coree sin dall’invasione turca degli anni ’70. La parte nord è occupata militarmente dalla Turchia, mentre la parte sud, dove vivo io, è indipendente, fatta eccezione per le due basi britanniche. I ciprioti sono abituati a questa tensione costante; non ci sono scontri dagli anni ’70, ma non c’è garanzia per il futuro. Inoltre siamo davanti al Libano, a meno di un’ora di volo da Tel Aviv: è una zona abituata a confrontarsi con queste crisi”.
L’incognita economica: aeroporti e turismo
I segnali di allerta, però, non mancano. “Stamattina andando al lavoro c’era più traffico del solito. Nel mio ufficio, un’azienda finanziaria, la gente del posto non sembrava particolarmente nervosa, ma è appena arrivata la notizia della chiusura dell’aeroporto di Paphos. Lufthansa ed EasyJet hanno già sospeso i voli. Sono misure precauzionali simili a quelle che prende Israele, ma con una differenza enorme: Cipro vive di turismo”.
Ed è proprio questo il punto che preoccupa di più i residenti secondo Lucca: “Siamo a marzo, la stagione inizia a giugno. La gente è molto nervosa per l’impatto che questo conflitto avrà sugli arrivi. Temono di perdere la stagione turistica per colpa di questa escalation”.

