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Guerra in Medio Oriente, Paniccia: “La tregua non è finita, Trump farà di tutto per evitare lo scontro con l’Iran. Ecco perché”

Lo stratega militare Arduino Paniccia fa luce sulle debolezze militari dell’Iran, sulle prossime mosse della Casa Bianca e sulle pesanti falle dell’intelligence internazionale

Guerra in Medio Oriente, Paniccia: “La tregua non è finita, Trump farà di tutto per evitare lo scontro con l’Iran. Ecco perché”

Guerra in Iran, l’esperto: “Teheran gioca con il fuoco a Hormuz, ma non ci sarà un conflitto totale”

Mentre i nuovi raid statunitensi e i contrattacchi di Teheran riaccendono i timori di una fiammata in Medio Oriente, la stabilità dell’intera regione entra in una fase estremamente delicata, sospesa tra la minaccia di un’offensiva totale e canali di dialogo sotterranei che non si sono mai interrotti. Sullo sfondo, il controllo dello Stretto di Hormuz e la stabilità dei Paesi del Golfo restano i nodi cruciali di un braccio di ferro che si intreccia inevitabilmente con le prossime scadenze elettorali a Tel Aviv e a Washington.

I recenti scambi di colpi sul campo sollevano interrogativi drammatici: siamo davanti al tramonto definitivo della tregua o Donald Trump riuscirà a imporre la via diplomatica per evitare lo scontro frontale? E quanto è reale il rischio che l’Iran finisca per innescare una reazione a catena incontrollabile?

A fare chiarezza è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), che ad Affaritaliani analizza la profondità dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Ci sono ancora margini. La tregua non è definitivamente tramontata e, di conseguenza, un’escalation può ancora essere evitata. Anzi, a mio avviso Donald Trump farà tutto ciò che è nelle sue possibilità per impedirla”.

Dopo i nuovi raid statunitensi e la risposta iraniana, possiamo dire che la tregua sia definitivamente tramontata? Oppure esistono ancora margini per evitare una nuova escalation militare?

“Ci sono ancora margini. La tregua non è definitivamente tramontata e, di conseguenza, un’escalation può ancora essere evitata. Anzi, a mio avviso Donald Trump farà tutto ciò che è nelle sue possibilità per impedirla. L’ordine di un eventuale attacco su larga scala spetta al presidente degli Stati Uniti e ritengo che non lo darà. Cercherà invece di sfruttare i negoziati ancora in corso in Oman e tutti i canali di dialogo aperti con Teheran attraverso i Paesi del Golfo per evitare un nuovo attacco militare.

Questo non significa che gli scontri finiranno. Anche senza un’offensiva totale, continueranno. Bisogna considerare che mancano tre mesi a due appuntamenti politici cruciali: le elezioni in Israele e le elezioni di midterm negli Stati Uniti. Trump ha interesse a gestire questa fase tra tensioni e momenti di tregua per arrivare a ridosso di quelle scadenze con un accordo definitivo, il vero “Patto di Hormuz”, da presentare come un successo politico agli elettori”.

L’Iran sta tornando a usare lo Stretto di Hormuz come leva strategica. È una mossa che può davvero mettere sotto pressione gli Stati Uniti o rischia invece di provocare una risposta militare ancora più dura da parte di Washington?

“Rischia di provocare una risposta ancora più dura. L’Iran sta giocando con il fuoco. La Marina e l’Aviazione iraniane sono state duramente colpite e, anche se conservano capacità missilistiche e ricevono armamenti dalla Russia, non sono in grado di sostenere un nuovo attacco americano di vasta portata.

Il fatto che gli Stati Uniti non abbiano distrutto completamente le piccole imbarcazioni iraniane dimostra che, almeno finora, non vogliono arrivare fino in fondo. Ma se Washington decidesse davvero di mantenere aperto lo Stretto di Hormuz con la forza, avrebbe le capacità per farlo in tempi molto rapidi.

Le conseguenze più pesanti ricadrebbero probabilmente sui Paesi del Golfo alleati degli Stati Uniti, a partire dal Kuwait, che considero particolarmente vulnerabile, e dal Bahrein. Questo rischierebbe di compromettere qualsiasi tentativo di trattativa.

All’interno dell’Iran, inoltre, è in corso una trasformazione. Il Paese sta passando da un sistema completamente dominato dagli ayatollah a uno più militarizzato e con maggior peso degli interessi economici. Esiste ancora una componente favorevole allo scontro totale con gli Stati Uniti, ma a mio giudizio oggi è minoritaria. Se però Teheran dovesse cercare deliberatamente il confronto militare, rischierebbe di trovarsi davanti una risposta molto dura, anche perché Israele potrebbe tornare a intervenire, mettendo l’Iran tra due fuochi”.

Guardando ai prossimi giorni, qual è lo scenario che la preoccupa di più? Dobbiamo aspettarci un’escalation circoscritta o il rischio concreto di un allargamento del conflitto in Medio Oriente?

“Non credo a un vero allargamento del conflitto. Israele si avvicina alle elezioni e in questa fase è concentrato soprattutto sulla gestione dei propri fronti aperti: Gaza, il Libano e il confine con la Siria. Non vedo quindi un interesse a lanciare un’offensiva generalizzata.

Anche Trump non ha interesse ad allargare il conflitto. Un’escalation più ampia finirebbe inevitabilmente per coinvolgere altri attori, dalla Russia, che continua a fornire armamenti all’Iran, fino alla Cina, che finora ha scelto di restare nell’ombra e non ha alcuna intenzione di essere trascinata direttamente nella crisi. Pechino, inoltre, si è già tutelata accumulando ingenti riserve strategiche di petrolio.

Il problema principale, a mio avviso, non riguarda più solo i combattimenti, ma le gravi falle dell’intelligence che questa crisi ha messo in evidenza. Per questo mi aspetto, al massimo, operazioni mirate e circoscritte, con cui Trump continuerà a far capire all’Iran che deve muoversi con cautela. Non vedo invece una ripresa di un conflitto generalizzato nel Golfo”.

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