Missili nordcoreani a Mosca, l’analista Paniccia: “Ecco qual è il vero piano di Putin dietro l’asse con Kim”
L’asse tra Mosca e Pyongyang si rafforza sempre di più. Secondo indiscrezioni riportate da Reuters, la Corea del Nord avrebbe inviato in Russia nuovi lanciatori e missili balistici, un sostegno che si aggiunge alla già consolidata cooperazione militare tra i due Paesi e che alimenta i dubbi sulle reali intenzioni del Cremlino nei prossimi mesi. Sullo sfondo restano i tentativi di mediazione portati avanti dagli Stati Uniti, mentre il conflitto continua a consumarsi tra attacchi con droni e missili, offensive mirate e una guerra di logoramento che non mostra segnali di esaurimento. L’ulteriore coinvolgimento di Pyongyang apre interrogativi cruciali: la Russia si sta preparando a una nuova offensiva su larga scala oppure il sostegno nordcoreano rappresenta soltanto un rafforzamento della propria capacità deterrente? E le iniziative diplomatiche dell’amministrazione Trump riusciranno davvero a portare almeno a un cessate il fuoco?
A fare il punto per Affaritaliani è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), secondo cui “non siamo di fronte a una Russia in difficoltà sul piano degli armamenti, ma a un rafforzamento strategico in vista di una possibile offensiva”. Secondo Paniccia, infatti, lo scenario più probabile resta quello di “una guerra di logoramento ancora lunga, destinata a concludersi soltanto attraverso un intenso intervento diplomatico delle grandi potenze”.
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Secondo Reuters la Corea del Nord avrebbe schierato lanciatori e missili balistici in Russia. È il segnale che Mosca sta iniziando ad avere difficoltà sul piano degli armamenti o si tratta di una scelta strategica per rafforzare ulteriormente la propria capacità offensiva?
“Non credo che questo sia il segnale di una difficoltà della Federazione Russa sul piano degli armamenti. Al contrario, lo considero un rafforzamento strategico. Molti analisti e osservatori militari ritengono infatti che Vladimir Putin, al di là di alcune limitate dichiarazioni di apertura, non abbia alcuna reale intenzione di negoziare e stia invece preparando una nuova offensiva nei prossimi mesi. Il contributo nordcoreano va letto in questa prospettiva. Non si tratta di un supporto imponente: parliamo complessivamente di circa 120 missili balistici e sei lanciatori. Sono numeri significativi, ma non tali da far pensare a una Russia in grave difficoltà. Piuttosto, rappresentano un ulteriore rafforzamento delle capacità offensive del Cremlino.
La cooperazione tra Mosca e Pyongyang, inoltre, non si limita agli armamenti. La Corea del Nord continua a sostenere la Russia anche con uomini: attualmente sarebbero presenti oltre 9.000 militari, non impiegati direttamente sulla linea del fronte, mentre diverse fonti parlano dell’arrivo di altri 30.000 soldati. In cambio, la Federazione Russa avrebbe fornito tecnologie, aiuti alimentari e un sostegno economico stimato intorno ai 15 miliardi di dollari. Per un Paese che vive in condizioni economiche estremamente difficili come la Corea del Nord si tratta di una cifra enorme. È uno scambio che rafforza l’ipotesi secondo cui Mosca voglia poter contare sulle risorse nordcoreane qualora decidesse di lanciare una nuova offensiva”.
Quanto cambia l’equilibrio della guerra l’ingresso sempre più diretto della Corea del Nord? Dobbiamo aspettarci un’intensificazione degli attacchi russi contro l’Ucraina?
“Se partiamo dal presupposto che la collaborazione tra Russia e Corea del Nord è in costante crescita, e vi aggiungiamo quella con l’Iran e, a mio avviso, anche un sostegno più discreto della Cina, è difficile immaginare che ci si stia avvicinando a una tregua. I continui attacchi russi con missili e droni contro le città ucraine indicano piuttosto la volontà di mantenere alta la pressione militare. I missili nordcoreani, tra l’altro, sembrano essere particolarmente difficili da intercettare, pur non essendo molto precisi. È un elemento che contribuisce ad aumentare la capacità offensiva russa. Occorre poi prestare attenzione ai rischi di un’ulteriore escalation. I bombardamenti sui siti energetici e la possibilità che vengano coinvolte aree estremamente sensibili, come la centrale nucleare di Zaporizhzhia, rappresentano uno dei principali motivi di preoccupazione.
Naturalmente anche l’Ucraina continua a reagire. Kiev ha colpito obiettivi strategici, tra cui navi nel Mar Caspio, una petroliera russa nel Mar Nero, il porto militare di Sebastopoli, oltre a raffinerie e depositi energetici. Si tratta di una risposta efficace, ma la Russia non mostra segnali di cedimento. Mosca si trova certamente in una situazione più complessa rispetto a qualche tempo fa, ma non appare un Paese sul punto di crollare. Per questo ritengo che il conflitto resti sostanzialmente in una fase di stallo. Donald Trump, a mio giudizio, sta facendo tutto il possibile per ottenere almeno una tregua, o quantomeno un cessate il fuoco, che rappresenterebbe un risultato politicamente importante anche in vista delle elezioni di midterm. Steve Witkoff e Jared Kushner sono impegnati in continui contatti con la Russia per favorire un negoziato. Tuttavia, la mia sensazione è che Putin resti fermo sulle tradizionali posizioni del Cremlino: mantenere tutti i territori conquistati e ottenere il riconoscimento delle richieste avanzate fin dall’inizio della guerra”.
Guardando ai prossimi mesi, quale scenario ritiene più probabile: un’escalation del conflitto grazie al sostegno nordcoreano oppure una guerra di logoramento destinata a proseguire ancora a lungo?
“Lo scenario che considero più probabile resta quello di una guerra di logoramento, anche se con caratteristiche molto diverse rispetto ai conflitti del passato. Oggi non siamo di fronte a una classica guerra di trincea. Esiste una fascia di circa trenta chilometri su entrambi i lati del fronte nella quale i soldati devono difendersi non soltanto dai droni, ma perfino dai robot impiegati sul campo di battaglia. Molto significative sono anche le recenti dichiarazioni dell’ex comandante in capo delle forze armate ucraine, Valerii Zaluzhnyi, oggi ambasciatore a Londra. È stato il principale stratega della resistenza ucraina nei primi due anni di guerra e ha affermato che l’Ucraina non entrerà nella Nato.
Si tratta di parole sorprendenti, che sembrano preparare l’opinione pubblica ucraina all’idea di dover accettare sacrifici e compromessi. Oggi Zaluzhnyi parla non soltanto da militare, ma anche da possibile futuro leader politico. Le sue dichiarazioni lasciano intendere che il conflitto potrebbe spegnersi molto lentamente, attraverso un intenso lavoro diplomatico che coinvolga Stati Uniti, Cina e gli altri principali attori internazionali. Non credo che un’eventuale offensiva russa, neppure con l’arrivo di altri 30.000 soldati nordcoreani, possa da sola cambiare l’esito della guerra. Per sfondare il fronte servirebbero centinaia di migliaia di uomini.
Le parole di Zaluzhnyi trasmettono anche un altro messaggio: l’esercito ucraino soffre ormai una significativa carenza di personale. Per questo immagino un confronto ancora lungo e molto duro, nel quale sarà indispensabile un forte intervento diplomatico delle grandi potenze. Non è affatto scontato che Donald Trump riesca a chiudere il conflitto prima delle elezioni, anche se farà tutto il possibile. Dispone di strumenti importanti, ma anche estremamente delicati. Basti pensare che una parte essenziale dell’infrastruttura militare ucraina dipende ancora dai satelliti di Elon Musk. Nel complesso, quindi, lo scenario che considero più realistico resta quello di una guerra di logoramento destinata a proseguire ancora a lungo, con una trattativa complessa che richiederà un coinvolgimento diretto delle principali potenze internazionali”.

