Guerra Iran, l’ombra del 1973 sull’Europa: “Inflazione verso il 3%”, parla l’analista Franz Simonini
Mentre ilconflitto tra Stati Uniti e Iran entra nella sua quarta settimana e le operazioni militari si protraggono ben oltre le previsioni iniziali, cresce il rischio di un allargamento regionale. Le tensioni coinvolgono sempre più direttamente i Paesi del Golfo, mentre gli attacchi alle infrastrutture energetiche alimentano timori di una nuova crisi globale, con ripercussioni che vanno ben oltre il Medio Oriente.
Uno scenario che apre interrogativi cruciali: i Paesi del Golfo potrebbero arrivare a un coinvolgimento diretto nel conflitto? Il mondo rischia davvero uno choc energetico simile a quello del 1973? E quali sarebbero le conseguenze immediate per l’Europa, già messa alla prova dalla crisi energetica degli ultimi anni? Sullo sfondo pesa anche l’incognita diplomatica, dopo le dichiarazioni di Donald Trump su un possibile accordo con l’Iran: è davvero l’inizio della fine del conflitto?
A fare chiarezza è l’analista geopolitico e firma della rivista Domino, Franz Simonini, che ad Affaritaliani analizza gli sviluppi della guerra e i possibili scenari, tra escalation militare e tentativi di mediazione: “Washington potrebbe puntare a un compromesso, dopo aver colpito parte della struttura militare e della leadership iraniana, cercando una soluzione diplomatica per uscire dal conflitto. Resta però da capire se Israele sarà disposto ad accettare una linea di questo tipo”.
Qual è stato il motivo che ha convinto paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e Bahrain a passare da una posizione prudente a un sostegno implicito al conflitto contro l’Iran? E quali possono essere le conseguenze sulla guerra?
“Partiamo da una premessa: la guerra che stiamo vivendo oggi, almeno nella sua fase più recente, è iniziata il 28 febbraio, ma le tensioni tra Israele e Iran vanno avanti da anni, anche per tutto il 2025. Siamo ormai nella quarta settimana di conflitto, oltre le previsioni iniziali sia statunitensi sia israeliane, che immaginavano una guerra molto più breve, nell’arco di pochi giorni o al massimo una o due settimane.
All’inizio del conflitto i Paesi del Golfo erano piuttosto divisi sulla possibilità di intervenire direttamente. In particolare, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti auspicavano una guerra rapida, che si chiudesse in tempi brevi. Tuttavia, con il prolungarsi del conflitto, questa posizione è cambiata. La volontà dei Paesi del Golfo si è progressivamente orientata verso un proseguimento della guerra, anche in vista di una risoluzione più definitiva. Questo è legato soprattutto al fatto che le rappresaglie iraniane non si sono limitate a colpire Israele o le basi statunitensi, ma hanno interessato anche infrastrutture civili e strategiche: aeroporti, porti, raffinerie, edifici residenziali e turistici, anche all’interno degli stessi Paesi del Golfo.
Per quanto riguarda le conseguenze, finora non ci sono stati attacchi diretti dei Paesi del Golfo contro l’Iran: le operazioni offensive sono state condotte principalmente da Israele e Stati Uniti. Tuttavia, uno scenario possibile è quello di un allargamento del conflitto. Se si dovesse arrivare a un’escalation su larga scala, anche con operazioni terrestri da parte statunitense e israeliana, è probabile che alcuni Paesi del Golfo possano intervenire direttamente con le proprie forze militari”.
Alla luce degli attacchi alle infrastrutture energetiche, quanto è concreto oggi il rischio di uno choc simile a quello seguito alla Guerra del Kippur e alla conseguente crisi energetica del 1973?
“Il paragone con il 1973 è inevitabile, perché anche allora si trattò di uno choc energetico improvviso che colpì sia gli Stati Uniti sia l’Europa, e che pochi avevano previsto in quelle modalità. Detto questo, ci sono differenze importanti rispetto a oggi. Secondo i dati più recenti dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, il conflitto in Medio Oriente ha già provocato una delle più grandi interruzioni dell’offerta nella storia del mercato petrolifero globale.
Nel 1973 l’embargo arabo rimosse circa 5 milioni di barili al giorno dal mercato. Oggi la crisi è di dimensioni anche maggiori, ma si è sviluppata in un arco di tempo molto più breve, nell’arco di poche settimane.La differenza principale è che oggi esistono strumenti di compensazione: sono stati rilasciati circa 400 milioni di barili dalle riserve strategiche globali, pari a circa un terzo delle scorte, e questo ha permesso di evitare, almeno per ora, uno choc paragonabile a quello degli anni ’70.
Dal punto di vista dei prezzi, alla vigilia del conflitto il petrolio era intorno ai 71 dollari al barile, per poi salire rapidamente a 100 dollari e raggiungere un picco di 116 dollari il 19 marzo. Anche il gas naturale in Europa ha registrato un forte aumento, arrivando a circa 55,8 euro per megawattora, con un incremento del 74% rispetto ai livelli precedenti.
Un elemento centrale resta lo Stretto di Hormuz: da lì passa circa un quarto del commercio globale di gas naturale liquefatto e tra il 20 e il 25% del petrolio mondiale. Questo significa che eventuali interruzioni avrebbero conseguenze non solo regionali, ma globali”.
Quali potrebbero essere le ricadute immediate per l’Europa, in termini di prezzi dell’energia e stabilità economica, se il conflitto con l’Iran dovesse intensificarsi ulteriormente?
“Dobbiamo partire da alcuni dati: l’Unione Europea riceve tra il 12% e il 14% del proprio gas naturale liquefatto dal Qatar e una quota significativa di prodotti energetici, come quelli legati al carburante per l’aviazione.Un’eventuale intensificazione del conflitto porterebbe a un’ulteriore crisi energetica per l’Europa, che ha già subito un forte choc nel 2022 con la guerra in Ucraina e il progressivo stop alle forniture energetiche dalla Russia.
Le conseguenze sarebbero soprattutto economiche. I Paesi europei sono particolarmente esposti in contesti di questo tipo. In Italia, ad esempio, alcune stime indicano che l’inflazione potrebbe superare il 3% nei prossimi mesi, rispetto all’1,2–1,5% attuale.Questo comporterebbe un aumento generalizzato dei prezzi: non solo dell’energia, ma anche dei beni alimentari e dei prodotti industriali, soprattutto nei settori ad alta intensità energetica, come quello metallurgico.
Una possibile soluzione potrebbe essere una parziale riapertura alle forniture russe, che hanno costi inferiori, ma la lezione principale resta quella della diversificazione. Lo si è visto nel 2022: l’Italia importava circa il 40% del proprio fabbisogno energetico dalla Russia e ha dovuto riconvertire rapidamente le proprie fonti, sostenendo costi più elevati”.
Donald Trump ha dichiarato di aver raggiunto un accordo sui punti principali con l’Iran. Quali effetti concreti può avere questo accordo sul contenimento delle tensioni regionali e sulla possibilità di evitare un’escalation militare?
“Le dichiarazioni di Donald Trump vanno prese con cautela, anche perché nelle ultime settimane ha cambiato posizione molto frequentemente. Bisognerà vedere cosa accadrà concretamente. Per gli Stati Uniti, questa guerra non rappresenta una questione esistenziale o strettamente strategica: una potenza esterna al Medio Oriente tende a gestire la regione attraverso un equilibrio di potenza, evitando un coinvolgimento diretto prolungato. Tuttavia, nella pratica, gli Stati Uniti sono intervenuti più volte, come in Iraq e Afghanistan, spesso senza risultati duraturi.
Va anche sottolineato che gli obiettivi statunitensi e quelli israeliani divergono: per gli Stati Uniti non è una questione esistenziale, mentre per Israele lo è. Questo crea una differenza strategica significativa.Washington potrebbe quindi puntare a un compromesso, dopo aver colpito parte della struttura militare e della leadership iraniana, cercando una soluzione diplomatica per uscire dal conflitto. Resta però da capire se Israele sarà disposto ad accettare una linea di questo tipo.
Un errore iniziale degli Stati Uniti è stato quello di sottovalutare la risposta iraniana, anche per una scarsa comprensione del contesto interno: l’Iran è una realtà storica e politica che tende a ricompattarsi di fronte a minacce esterne. L’idea che colpire i vertici potesse generare un rapido cambiamento interno si è rivelata quindi un errore strategico”.

