Dal nostro inviato a Washington – Nel momento esatto in cui i media statunitensi hanno annunciato l’anti-weaponization fund, a tutti è stato chiaro che Trump non avesse scelto un numero casuale, ma che fosse un chiaro messaggio politico. Un miliardo, settecento settantasei milioni di dollari: l’anno in cui le tredici colonie firmarono la dichiarazione d’indipendenza. Donald Trump ha una predilezione per i simboli, e l’Anti-Weaponization Fund, il fondo contro la “strumentalizzazione” della giustizia, non fa eccezione. Ma dietro la retorica patriottica si nasconde qualcosa di più concreto e preoccupante: un meccanismo inedito, come molti in questa amministrazione, per indirizzare denaro pubblico verso alleati politici, senza la supervisione del Congresso e senza la necessità di una sentenza di un tribunale.
La storia inizia con una denuncia depositata da Trump in persona presso un tribunale di Miami. Il bersaglio era l’Irs, l’equivalente americano dell’Agenzia delle entrate, accusata di non aver protetto le dichiarazioni dei redditi del presidente nel 2019 e nel 2020, dopo che sono finite nelle mani dei maggiori media statunitensi, grazie alle fughe orchestrate da un ex collaboratore, Charles Littlejohn. Fondamentalmente, e agli occhi di tutti, Trump come presidente ha fatto causa a “se stesso” per un totale di 10 miliardi, finendo come al solito al centro di un ciclone di controversie politiche.
Il finale della storia è arrivato pochi giorni fa, con la causa che è stata ritirata in cambio, come annunciato dal dipartimento di Giustizia, della creazione del fondo e di scuse formali a Trump. Non solo, come emerso in un secondo momento da documenti riservati, il tycoon ha concordato che all’Irs sia “permanentemente precluso” di avanzare qualsiasi pretesa fiscale nei confronti del presidente, della sua famiglia e delle sue attività. Secondo calcoli del “New York Times”, questa clausola potrebbe far risparmiare a Trump oltre cento milioni di dollari legati a una controversia fiscale ancora aperta.
La domanda che tutti si sono posti a Washington è: Chi può fare domanda? La risposta, altrettanto semplice: chiunque sostenga di aver subito “lawfare”, ovvero un uso strumentale della giustizia a scopi politici, durante l’amministrazione Biden. La definizione è volutamente ampia: può includere spese legali, danni economici, periodi di detenzione federale. Il denaro proviene dal Judgment Fund, una cassa permanente del Tesoro pensata per pagare sentenze e accordi contro il governo, che non richiede un nuovo stanziamento approvato dal Congresso. Un comitato di cinque persone, che riferisce in via riservata al procuratore generale, decide chi riceve cosa. Non sono previsti controlli da parte dell’opposizione, né obblighi di rendicontazione pubblica, rendendo tutto estremamente oscuro e attirandosi le critiche dell’intero Partito democratico e di una buona parte dei Repubblicani.
Il conflitto d’interessi al cuore dell’operazione è stato denunciato con forza da costituzionalisti e parlamentari: Trump è il querelante, il dipartimento di Giustizia è l’agenzia da lui nominata, il Judgment Fund è il portafoglio che lui controlla. Il senatore Chris Van Hollen ha definito il fondo un “puro furto di fondi pubblici”; il senatore Jack Reed ha parlato di “evidente abuso di potere”. I rappresentanti democratici Jamie Raskin e Richard Neal hanno scritto per iscritto al segretario al Tesoro Scott Bessent e al procuratore Blanche chiedendo se i premi individuali saranno limitati e quali rapporti saranno resi pubblici.
Uno dei punti più divisivi riguarda i beneficiari. Il procuratore Blanche ha confermato in audizione al Congresso che nemmeno chi ha aggredito la polizia al Campidoglio il 6 gennaio 2021 sarà escluso dai risarcimenti. Questa circostanza ha creato imbarazzo anche all’interno del Partito repubblicano: difendere quasi due miliardi di dollari pubblici che potrebbero finire nelle mani degli assalitori del Congresso, di propagandisti della “grande bugia elettorale” o di avvocati colpiti da procedimenti disciplinari è politicamente costoso, anche per chi siede dall’altra parte dell’aula rispetto ai democratici. Le dimissioni di Brian Morrissey, principale avvocato del dipartimento del Tesoro, in carica da soli sette mesi dopo l’approvazione del Senato, sono arrivate ore dopo l’ufficializzazione dell’accordo, in segno di protesta. Il clima di tensione interna all’amministrazione non si è fermato lì.
Il fondo deve ancora affrontare l’esame della magistratura. Gli agenti Harry Dunn e Daniel Hodges, poliziotti che difesero il Campidoglio durante l’assalto del 6 gennaio, hanno depositato un ricorso a Washington chiedendo a un giudice di bloccarne la creazione. Pochi giorni dopo è arrivata una seconda causa, promossa da un ex procuratore federale che aveva condotto le inchieste sul 6 gennaio, da un professore di diritto, dalla National Abortion Federation, dall’organizzazione non profit Common Cause e dalla città di New Haven, nel Connecticut. Nella memoria depositata si legge che il fondo è “in rotta di collisione con la Costituzione degli Stati Uniti fin dalla sua istituzione”.
Quello che resta, al di là delle dichiarazioni, è un fatto strutturale: per la prima volta nella storia americana un presidente in carica ha creato un meccanismo, finanziato con denaro dei contribuenti, gestito da persone di sua nomina, privo di supervisione parlamentare, per indennizzare la propria rete politica. Che si chiami giustizia riparativa o, come sostiene l’opposizione, distribuzione sistematica di denaro pubblico a fini politici, la storia del fondo anti-strumentalizzazione è appena cominciata.

