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Il Mondiale negli Stati Uniti, tra paura dell’Ice e biglietti impossibili

Tra la paura dei controlli Ice e biglietti da migliaia di dollari, il Mondiale negli Usa rischia di diventare un lusso per pochi

Il Mondiale negli Stati Uniti, tra paura dell’Ice e biglietti impossibili

Il Mondiale negli Usa rischia di diventare un lusso per pochi

Dal nostro inviato a Washington – Da quando il Mondiale è iniziato, ho avuto la possibilità di parlare con numerose persone tra turisti, colleghi e addetti ai lavori, ma c’è una scena che non riesco a levarmi dalla testa: un padre haitiano, di nome Emile, che dice di voler cantare l’inno del suo Paese in uno stadio davanti al mondo intero, ma che “ci pensa due volte” prima di comprare il biglietto.

“Non per il prezzo”, ma “per la paura di essere fermato dall’Ice” all’ingresso dello stadio. È una frase che mi ha colpito perché racconta meglio di qualsiasi statistica cosa significhi oggi essere tifoso negli Stati Uniti, se sei immigrato, se hai la pelle scura, se parli spagnolo o creolo a un volume troppo alto vicino a un agente in borghese. Il Mondiale del 2026 si gioca per tre quarti negli Usa, in città come Houston, Dallas e Atlanta dove le comunità latine e haitiane sono enormi e radicate da generazioni.

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Eppure proprio lì, secondo i dati raccolti da Human Rights Watch tramite richieste di accesso agli atti, l’Ice ha effettuato decine di migliaia di arresti nelle aree dove si giocano le partite, nei mesi immediatamente precedenti al torneo. Dallas e Houston, va detto, hanno anche firmato accordi di collaborazione diretta tra polizia locale e autorità federali per l’immigrazione, qualcosa che diverse organizzazioni per i diritti umani considerano un campanello d’allarme. Non parlo di un rischio teorico.

È già successo: un richiedente asilo che aveva portato i figli alla finale del Mondiale per Club nel 2025 è stato arrestato dall’Ice e poi deportato. Da quel momento, secondo diverse testate americane, molti tifosi con documenti incerti hanno preferito rivendere i biglietti già acquistati piuttosto che rischiare di presentarsi allo stadio. Il governo ha promesso una presenza “discreta” delle forze dell’ordine, ma chi vive ogni giorno con la paura di un controllo sa che la discrezione promessa e quella percepita sono due cose molto diverse.

Per capire come si respira tutto questo fuori dagli stadi, sono passato dalla Fan Zone allestita a Washington, vicino al National Mall, dove gruppi di tifosi si radunano per guardare le partite sui maxischermi quando non hanno un biglietto per lo stadio vero. Ho chiacchierato con alcune persone in coda per una birra.

Carlos, che dice di lavorare in un cantiere a Maryland da otto anni, mi ha raccontato che lui allo stadio non ci va: “Qui alla Fan Zone nessuno mi chiede niente, è gratis ed è tra la mia gente. Allo stadio non lo so, preferisco non rischiare anche se ho le carte in regola, perché ho sentito troppe storie.” Poco distante, una ragazza di origini colombiane di nome Daniela mi ha detto quasi ridendo che per lei è tutto esagerato, che ha già il biglietto per la partita di Atlanta e che “se inizio ad avere paura della mia stessa nazionale di calcio, allora hanno vinto loro”.

Un terzo, un signore più anziano arrivato dal Salvador decenni fa e ormai cittadino americano, mi ha confessato che capisce entrambe le posizioni: “Io posso andare tranquillo, ma mio nipote no, e quindi alla fine nemmeno io ci vado, per solidarietà.” Tre opinioni, tre Mondiali diversi vissuti nella stessa città, a poche ore di distanza dagli stadi veri. In quel di Washington, la situazione è estremamente tranquilla: infatti nella capitale americana non si disputerà nessuna partita.

Eppure molti tifosi sfruttano il mondiale per venire a visitare il cuore pulsante della politica statunitense, e questo dà la possibilità a noi giornalisti di interagire con numerosi fan di diverse nazionalità, origini e pensiero politico.

 Proprio nella Fan Zone, mi sono reso conto che, oltre alla paura Ice, c’è un’altra faccia della stessa medaglia da affrontare: chi i documenti li ha regolari, ma il conto in banca no. I prezzi dei biglietti di questo Mondiale sono semplicemente fuori scala rispetto a qualsiasi edizione precedente.

Il presidente della FIFA ha difeso pubblicamente le tariffe sostenendo che il prezzo medio si aggira poco sotto i 500 dollari, definendolo addirittura il più basso tra gli sport americani. Ma a Dallas, dove gioca anche Messi, il biglietto più economico disponibile sul mercato ufficiale di rivendita per le partite del girone costava in media oltre mille dollari, più del doppio di quanto un lavoratore part-time americano guadagni in una settimana.

A Los Angeles si arrivava a cifre simili. E per la finale, i biglietti più economici hanno superato i 5.000 dollari, ben oltre i 1.550 dollari massimi che gli stessi organizzatori avevano promesso quando presentarono la candidatura del torneo.

La Fifa ha provato a rispondere alle polemiche introducendo una fascia di ingresso da 60 dollari riservata ai tifosi delle squadre qualificate, ma si tratta di poche centinaia di posti per partita, distribuiti tramite estrazione tra i gruppi di supporter ufficiali. Una goccia in un oceano di prezzi dinamici che salgono ogni volta che la domanda cresce. Il risultato è un paradosso piuttosto amaro: il calcio, lo sport che si racconta come il più popolare e accessibile del mondo, finisce per essere guardabile dal vivo soprattutto da chi può permettersi di trattarlo come un lusso.

Per questo, a tratti e in alcune partite meno di alto livello, si vedono numerosi posti vuoti, che sarebbero potuti essere distribuiti in maniera equa o regalati ai giovani calciatori americani. Eppure, credo che questo mondiale, dopo quello in Qatar e quello prima ancora in Russia, si unirà alla fila di polemiche infinte, che si protrarranno per anni mentre, per il presidente Trump, rimarrà “il mondiale migliore della storia”.