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Esteri

Di Karolina Leakovic per ItalianiEuropei

I primi giorni del prossimo luglio costituiranno un momento storico sia per la Croazia che per l’Unione europea. La Croazia diventerà membro dell’UE dopo un decennio di impegnativi negoziati pre-adesione, armonizzazione della legislazione nazionale con quella europea, riforma delle istituzioni e delle procedure, applicazione di regole comunitarie.

Si è trattato – e lo è ancora – di un processo arduo e oneroso, e il semplice fatto che la Croazia entrerà a far parte dell’Unione non vi metterà un punto. D’altra parte, l’Unione europea potrebbe cogliere questa occasione per dimostrare (almeno a se stessa) che si tratta ancora di un progetto politico ed economico vivo, vibrante, dinamico e rilevante. O per dimostrare il proprio impegno verso allargamenti futuri a quanti aspirano ancora a entrare a far parte dell’Unione e che l’UE è profondamente interessata ad affrontare i loro problemi interni. Dicendo “quanti aspirano” ci si riferisce ai paesi dei Balcani occidentali, naturalmente.

Negli ultimi due decenni (almeno), i paesi dell’ex Jugoslavia – che sembrano credere ancora in modo genuino al progetto di integrazione europea (o si tratta forse delle élite politiche ed economiche di quei paesi?) – sono stati sottoposti a un periodo di transizione piuttosto turbolento caratterizzato da conflitti armati, deindustrializzazione, fuga di cervelli, dure sfide demografiche e, naturalmente, un drastico cambiamento di sistema politico ed economico. La costruzione delle società post comuniste, nel caso delle ex Repubbliche jugoslave, poteva accadere, e in realtà è accaduta, solo dopo aver raso al suolo quanto esisteva prima. Tuttavia, in qualche caso, i due processi sono andati in parallelo.

Dal punto di vista della guerra e del dopoguerra, la promessa dell’Unione europea del “tornare dove apparteniamo” (una sorta di mantra per molti politici e intellettuali croati persino oggi) era estremamente attraente. Si trattava, però, di una promessa che poteva essere mantenuta solo a certe condizioni. In effetti, a molte condizioni. Che – per essere precisi – sono cambiate negli anni. Nel caso della Croazia, le condizioni andavano dalla creazione di uno Stato di diritto e rispetto dei diritti umani (all’inizio dei negoziati con Zagabria un nuovo capitolo, il 23°, fu inserito, diventando uno dei principali punti di riferimento nel corso di tutto il processo negoziale), fino ai sussidi statali per i cantieri navali e al dimostrare piena cooperazione con il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia dell’Aia. Le élite politiche – sia a sinistra che a destra (in quanto più rilevanti) – sono state unite nel progetto “L’Alleanza per l’Europa”, una coalizione che è stata essenziale per consentire un’armonizzazione piuttosto “morbida” della legislazione da parte del Parlamento croato e che ha avuto luogo nel corso di anni. I due principali partiti (e blocchi) politici, quello di centrosinistra – guidato dal Partito Socialdemocratico di Croazia, SDP – e quello di centrodestra – guidato dall’Unione Democratica Croata, HDZ – sono stati uniti nel portare avanti questo processo di europeizzazione della legislazione, nonostante le divisioni che ha caratterizzato i loro rapporti nel caso della politica interna. È evidente, infatti, che l’HDZ ha giocato secondo i termini richiesti dall’Europa nel caso del processo di adesione, mentre il suo comportamento a livello di politica locale è stato del tutto diverso. Casi di corruzione proprio fra i membri della leadership del partito e fra i rappresentati dell’ex governo erano da attendersi. E si sono prontamente verificati.

Tuttavia, il processo di adesione all’UE ha tratto beneficio da quegli eventi. L’ex primo ministro e leader dell’HDZ Ivo Sanader è stato arrestato e poi condannato, ma il governo guidato dall’Unione Democratica Croata ha continuato a esistere portando a termine i negoziati con l’Unione europea. Nel dicembre 2011 si sono tenute regolari elezioni legislative che hanno condotto alla vittoria della coalizione di centrosinistra guidata dal Partito Socialdemocratico.

Poiché i negoziati fra la Croazia e l’UE sono stati condotti da politici ed esperti di alto livello, non sorprende che l’opinione pubblica, cioè i cittadini croati, siano stati coinvolti solo in modo marginale. In pochi si sono interessati a quanto stava accadendo. Ciononostante, le elezioni tenute lo scorso aprile per eleggere i rappresentanti croati presso il Parlamento europeo (dodici membri), con un’affluenza scarsissima, appena il 20,83%, e la completa mancanza di dibattito politico sull’Unione europea, hanno mostrato che l’elettorato croato è tutto sommato maturo e ben informato sui recenti sviluppi interni all’Unione e sui problemi che si trova ad affrontare. La scarsa affluenza ha rappresentato un chiaro messaggio ai leader politici, tanto a livello nazionale quanto europeo. Per come la vedo io, questo è stato un referendum su “cosa, di chi e per chi” l’UE dovrebbe essere.

Il nostro prossimo passo – e con “nostro” intendo dei cittadini europei – dovrebbe essere trovare delle risposte a queste tre domande. Il bisogno di una riforma deve venire dalle persone, non dalle istituzioni e dalle procedure. Anzi, verrà dalle persone, che ai politici piaccia o meno. Se l’Unione deve essere rinnovata, deve tornare innanzitutto a definire se stessa. E il processo deve essere più inclusivo. È qui che le forze progressiste devono fungere da guida.
 

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