Il viaggio di Trump in Cina
C’è un modo di dire vulcaniano: “Solo Nixon poteva andare in Cina”. Ovviamente, la cultura vulcaniana è una finzione letteraria dell’universo di Star Trek. Ma il motto si riferisce alla visione rivoluzionaria che Richard Nixon ebbe quando decise, in un momento di grande tensione tra Stati Uniti e Cina, di incontrare l’allora leader politico del Dragone. La visita di Trump in Cina divide opinionisti, giornalisti, leader politici americani e occidentali. Sono in molti a considerare questo viaggio un nulla di fatto. Tuttavia c’è molto da osservare in questo viaggio: la Cina ha differenti modi di comunicare rispetto all’Occidente.
Il tappeto rosso e gli onori
La precedente amministrazione Biden aveva di fatto reso la Cina incapace di dialogare con gli Usa. Dopo le continue rimostranze di Biden e il suo gruppo di governo, la Cina era ormai rassegnata a evitare qualunque forma di dialogo costruttivo. In Cina l’accoglienza è parte del percorso di dialogo. Quando gli ultimi rappresentanti di Biden giunsero nella terra del dragone vennero di fatto ignorati e gestiti con freddezza. Per risolvere la situazione Biden chiese a Kissinger, ormai centenario, di dialogare in persona con i cinesi. Pur se considerato un nemico, il vecchio stratega americano era riconosciuto dai cinesi come un nemico onorevole, e lo accolsero con un calore e un’empatia che era degno di un alto dignitario. Qualcosa del genere è accaduto per Trump.
Il vicepremier Han Zheng ha accolto Trump all’aeroporto, mentre il ministro degli Esteri Wang Yi lo ha salutato alla partenza. Il 14 maggio, Xi ha ospitato una cerimonia di benvenuto, colloqui formali e un banchetto di Stato per Trump presso la Grande Sala del Popolo. I soli colloqui formali sono durati più di 2 ore e 15 minuti — già ben oltre la durata di una visita di lavoro standard. Includendo incontri più piccoli, visite e banchetti, i due leader avrebbero trascorso insieme quasi nove ore di interazioni durante il viaggio. Durante il banchetto del 14 maggio, l’orchestra ha suonato brani molto familiari a Trump, tra cui “Y.M.C.A.”. Xi ha anche mostrato filmati video del loro incontro del 2017.
Xi ha accompagnato Trump in una visita al Tempio del Cielo, rivivendo i ricordi del loro tour alla Città Proibita del 2017 mentre spiegava concetti tradizionali cinesi come “il cielo rotondo e la terra quadrata”. Trump avrebbe descritto la Cina come “bellissima”. La mattina finale del viaggio, Xi ha nuovamente ospitato Trump a Zhongnanhai per un incontro più ristretto. I media cinesi hanno sottolineato l’atmosfera rilassata, con i due leader che camminavano e conversavano mentre ammiravano vecchi alberi e rose nel complesso. Trump avrebbe chiesto se tutti i leader stranieri vengono invitati a Zhongnanhai, e Xi ha risposto che sono pochissimi ad avere questa opportunità.
Il trattamento dedicato a Trump è sintomatico di una stima e un grande interesse del Dragone verso gli Usa. Un aspetto non da poco considerando i precedenti rapporti con Biden e i suoi leader. Il Cina il concetto di “faccia” è ben noto: Mianxi è una parte fondamentale della cultura sociale e degli affari cinese. Il “mantenimento della faccia” influenza la comunicazione e le relazioni. I cinesi, avendo familiarità il carattere del leader americano, hanno ben compreso quanto Trump necessitasse di un benvenuto con tutti gli onori, per rivendersi come vittoria politica il suo viaggio in Cina. Di qui tutte le scelte per stendere un “tappeto rosso” per gli americani. Tuttavia, a fronte dei complimenti di Trump verso Xi, il leader cinese non ha replicato con eguali lodi. Un messaggio sottile che il pubblico cinese ha sicuramente compreso.
Eravamo 4 Ceo al bar, che volevano cambiare il mondo
La delegazione aziendale statunitense al seguito era insolitamente ampia e copriva settori chiave tra cui tecnologia, finanza, semiconduttori, aerospazio e agricoltura. La partecipazione del CEO di Nvidia Jensen Huang è stata particolarmente eclatante. Secondo quanto riportato, inizialmente non era stato invitato, ma Trump lo avrebbe successivamente chiamato personalmente chiedendogli di unirsi al gruppo. Alcuni CEO hanno partecipato perché le loro aziende erano direttamente legate a potenziali acquisti cinesi, uno dei principali risultati attesi del viaggio. Tra questi possiamo ricordare CEO di Boeing Kelly Ortberg e il CEO di Cargill Brian Sikes. Altri hanno partecipato perché il deterioramento delle relazioni USA-Cina ha avuto un impatto diretto sulle loro operazioni. Il CEO di GE Aerospace Larry Culp, per esempio, affronta sfide legate ai più rigidi controlli statunitensi sull’export dei motori aeronautici, ai dazi e alle frizioni della supply chain che influenzano le operazioni di GE in Cina.
Il CEO di Illumina Jacob Thaysen ha anch’egli partecipato alla delegazione. Illumina è stata inserita nella “Unreliable Entity List” della Cina e nella lista di controllo delle esportazioni nel 2025. Dopo la tregua commerciale di ottobre dello scorso anno, la Cina ha temporaneamente allentato alcune restrizioni su Illumina. Tuttavia, Illumina resta nella Unreliable Entity List. La partecipazione del CEO di Micron Sanjay Mehrotra ha attirato anch’essa attenzione. Micron ha affrontato crescenti difficoltà in Cina dopo aver fallito la revisione di cybersecurity cinese nel 2023, che ha influenzato significativamente il suo business nei data center. Entro il 2025, la società aveva di fatto abbandonato il mercato cinese dei chip per server nei data center. I media cinesi hanno recentemente descritto Micron come un importante sostenitore di iniziative legislative come il MATCH Act, volto a limitare ulteriormente le aziende cinesi di memory chip come CXMT, generando forte risentimento in Cina.
Un nome a sorpresa nella lista è stato quello di Dina Powell McCormick, presidente di Meta. È considerata avere legami particolarmente stretti con Trump, la sua nomina sembra parte di una strategia di Meta per ricostruire le relazioni con Trump e con l’area conservatrice americana. Sebbene i prodotti principali di Meta restino vietati nella Cina continentale, gli esportatori cinesi e gli inserzionisti dell’e-commerce cross-border come Temu e Shein contribuiscono in modo significativo ai ricavi pubblicitari di Meta. Meta inoltre continua a dipendere fortemente dalle supply chain cinesi per VR/AR, smart glasses e dispositivi wearable.
Diversi dirigenti del settore chip e ICT hanno partecipato alla delegazione, tra cui il CEO di Qualcomm Cristiano Amon, il CEO di Cisco Chuck Robbins e il CEO di Coherent Jim Anderson. Tutti hanno una forte esposizione commerciale alla Cina. Qualcomm, in particolare, un tempo ricavava quasi metà dei suoi ricavi dal mercato cinese e continua a perseguire partnership nei chip automotive, dispositivi AI ed ecosistemi XR. Allo stesso tempo, tutte queste aziende affrontano una crescente competizione da parte di aziende cinesi come Huawei.
La partecipazione di Musk e Cook non ha sorpreso nessuno. Tesla continua a cercare l’approvazione per portare FSD in Cina e per l’export di attrezzature solari, mentre Apple continua ad affrontare problemi legati alla regolamentazione dell’App Store, ai requisiti di registrazione delle app e all’approvazione di Apple Intelligence in Cina.
Una figura imprenditoriale cinese che ha attirato attenzione al banchetto è stata Zhou Qunfei, fondatrice di Lens Technology. Anche se Lens è meno famosa rispetto ad altre aziende presenti, era seduta tra Tim Cook ed Elon Musk per il ruolo profondo di Lens Technology nella supply chain di Apple e nell’ecosistema smart-cabin e componenti di Tesla. Il simbolismo era chiaro: la Cina non è semplicemente un fornitore di capacità produttiva a basso costo, ma resta profondamente integrata nella manifattura di precisione avanzata e nell’integrazione delle supply chain che le principali aziende tecnologiche americane non possono facilmente sostituire. Il fondatore di Xiaomi Lei Jun ha inoltre attirato attenzione dopo essersi avvicinato a Musk durante il banchetto per una foto selfie. Musk ha risposto con espressioni facciali esagerate e un occhiolino, trasformando rapidamente il momento in una delle immagini più condivise sui social media cinesi.
Nel complesso, molti CEO statunitensi hanno espresso giudizi positivi sul viaggio. Il presidente Xi ha detto ai CEO americani che la porta per fare affari in Cina sarà “ancora più aperta”. Il premier Li Qiang ha inoltre incontrato la delegazione aziendale americana e ha inviato un messaggio chiaro: la Cina accoglie le aziende americane a continuare a investire e beneficiare del mercato cinese. Il presidente della NDRC Zheng Shanjie ha incontrato il CEO di Boeing Kelly Ortberg per discutere dell’economia macro cinese e della cooperazione aeronautica. Il vice presidente della NDRC Li Chunlin ha incontrato il CEO di GE Aerospace Larry Culp per discutere di motori aeronautici, stabilità della supply chain e cooperazione in Cina. Il ministro del Commercio Wang Wentao ha incontrato separatamente il CEO di Qualcomm Cristiano Amon, il CEO di Visa Ryan McInerney e il CEO di Cargill Brian Sikes per discutere di commercio, semiconduttori, pagamenti digitali, agricoltura e supply chain.
La finanza americana nelle tasche dei cinesi?
Uno degli aspetti meno discussi del viaggio è la situazione debitoria americana (verso la Cina) e la ricchezza di risparmi dei cinesi. Gli Stati Uniti operano con un debito pubblico superiore ai 34 trilioni di dollari, mentre la Cina rimane uno dei principali creditori indiretti del sistema dollaro attraverso la detenzione di Treasury, pur riducendo gradualmente l’esposizione. Questo crea un paradosso strutturale: il principale rivale geopolitico degli Stati Uniti contribuisce ancora alla stabilità del loro sistema finanziario. Allo stesso tempo, la Cina mantiene uno dei più alti tassi di risparmio al mondo, superiore al 40% del PIL in molte fasi, che ha alimentato investimenti massicci in infrastrutture, industria e tecnologia.
Una delle ambizioni della finanza americana è di acquisire i risparmi cinesi. Una visione facilmente confermabile leggendo i nomi di alcuni Ceo Usa presenti nel viaggio. Il settore finanziario era fortemente rappresentato, includendo il CEO di BlackRock Larry Fink, il CEO di Blackstone Stephen Schwarzman, il CEO di Goldman Sachs David Solomon, la CEO di Citi Jane Fraser, il CEO di Mastercard Michael Miebach e il CEO di Visa Ryan McInerney.
La posizione di Mastercard è la più rilevante per il mercato del credito/risparmio cinese. L’azienda ha sviluppato forti relazioni governative in Cina. Nel novembre 2023, Mastercard ha ricevuto l’approvazione ufficiale per operazioni di clearing domestico in RMB tramite la sua joint venture cinese “Mastercard NetsUnion”. L’azienda ora spera di espandersi in aree come open finance, pagamenti cross-border e servizi di pagamento per viaggiatori in entrata, integrandosi più profondamente negli ecosistemi finanziari e internet cinesi. Il più ampio impulso di Pechino all’apertura del settore dei servizi finanziari nel 2025 avvantaggia ulteriormente Mastercard. Visa, al contrario, non ha ancora ricevuto l’approvazione per operazioni di clearing domestico in RMB in Cina. Queste due carte sono, insieme ad American Express, le principali realtà che estraggono ricchezza dalla classe media americana. Una loro presenza massiccia nei circuiti del credito cinese permetterebbe una penetrazione americana nelle tasche dei cittadini cinesi.
Secondo PBOC e della CSRC, i CEO di Citi, Goldman Sachs, Blackstone e BlackRock hanno tutti incontrato separatamente il governatore della PBOC Pan Gongsheng e il presidente della CSRC. Le discussioni si sono concentrate principalmente sull’ulteriore apertura dei mercati dei capitali cinesi, sulla facilitazione dei flussi di dati transfrontalieri e sui progressi nell’approvazione delle licenze finanziarie.
Non è chiaro quanto la visione americana sui risparmi privati cinesi sia allineata con il programma cinese comunemente conosciuto come “common prosperity”, che non è solo una politica redistributiva, ma anche una ridefinizione del modello di crescita. Negli ultimi anni la Cina è stata segnata da crescita più lenta, aumento delle disuguaglianze patrimoniali e difficoltà nel tradurre la ricchezza aggregata in benessere diffuso, rendendo centrale l’idea di “investire nelle persone” come risposta strutturale ai limiti del modello precedente. In altre parole, il problema non è solo quanto la Cina cresce, ma come quella crescita viene distribuita e resa sostenibile in un contesto di rallentamento economico.
L’industria cinese e le filiere
Il viaggio di Donald Trump a Pechino conferma che la competizione tra Stati Uniti e Cina è ormai entrata in una fase strutturale, in cui non si tratta più soltanto di commercio o tecnologia, ma della ridefinizione dell’ordine globale. La leadership di Xi Jinping interpreta questa fase come il consolidamento di un sistema multipolare in cui la Cina rappresenta un polo economico autonomo, con circa il 19% del PIL mondiale a parità di potere d’acquisto e una posizione dominante in molte filiere industriali strategiche. La crescita cinese, tuttavia, non è più quella della fase a doppia cifra: la transizione verso un modello di sviluppo più lento e più qualitativo rende centrale il tema della redistribuzione e della sostenibilità sociale, che oggi viene sintetizzato nella formula precedentemente accennata della “common prosperity”.
Questo concetto non è una retorica egalitaria, ma una risposta al problema simultaneo di crescita più debole, disuguaglianze persistenti e necessità di stabilità sociale in un’economia che deve ancora raggiungere gli obiettivi di lungo periodo fissati per il 2035 e il 2050. In questo contesto, la Cina non punta più soltanto a crescere, ma a rendere la crescita compatibile con una struttura sociale meno polarizzata e più resiliente. Trovare un equilibrio per la Cina, passa anche dal ridurre la competizione con gli Usa e definire una posizione nel mondo multipolare dove, pur a fronte di commerci e competizioni, si possa ottenere uno scenario di quieta convivenza.
D’altro canto la capacità produttiva cinese è ormai un elemento con cui qualunque economista occidentale deve venire a patti.
Il vantaggio cinese non è più soltanto di costo, ma di struttura.
La Cina ha costruito negli ultimi vent’anni un sistema industriale integrato che domina settori chiave come batterie, acciaio, solare e terre rare, con quote globali che in alcuni segmenti superano il 60-70%. Questo ecosistema non è facilmente replicabile perché combina scala produttiva, infrastrutture logistiche, coordinamento statale e una densità industriale che crea vantaggi cumulativi nel tempo. È questo il cosiddetto “efficiency moat”: un vantaggio di sistema più che di singola impresa. Gli Stati Uniti stanno cercando di ricostruire capacità produttiva interna attraverso politiche industriali e reshoring, ma il divario temporale accumulato resta significativo. Il risultato è una competizione asimmetrica, dove la Cina ottimizza filiere già mature mentre gli Stati Uniti devono ancora ricostruirle.
Attento al gradino che Tucidide
Era una vecchia battuta tra coloro che han fatto il liceo classico. Ma scivolare da quel gradino è una tentazione che i falchi delle think tank americane più aggressive, da Heritage in poi, rischiano di fare. Xi Jinping continua a sostenere che la rivalità tra Cina e Stati Uniti non debba necessariamente sfociare in conflitto aperto. Il riferimento alla “trappola di Tucidide” descrive il rischio storico di guerra tra potenza emergente e potenza dominante, ma nel caso attuale entrambe le parti si percepiscono come difensive. Washington parla di sicurezza nazionale e resilienza delle supply chain, mentre Pechino parla di diritto allo sviluppo e stabilità interna. Questa asimmetria percettiva alimenta però una competizione crescente su Taiwan, tecnologia, rotte marittime e infrastrutture strategiche globali. Il risultato del summit non è una riduzione della rivalità, ma una sua gestione temporanea: una forma di stabilizzazione tattica all’interno di una competizione strategica di lungo periodo che definisce già oggi la struttura del sistema internazionale. Il mondo multipolare che molte aziende italiane ancora non comprendono, è stato ufficializzato in questa visita. Il giorno dopo invece Putin è giunto in Cina per una visita di cortesia…

