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“Io, schiava sessuale di Gheddafi”. Il libro choc

gheddafi storia 18Libia, morte del raìs Muammar Gheddafi. Fotoritratto di Muammar Gheddafi. immagini storiche

Una carezza sulla testa: scambiata per un gesto d’affetto da parte della ‘Guida’ era in realta’ il segnale che Muhammar Gheddafi dava alle sue guardie e il destino la ragazza toccata dal leader libico era segnato. Rapita e condotta nell’harem di Bab al-Azizia, veniva stuprata, umiliata e schiavizzata da Gheddafi, fino a quando non ne era stufo. Ragazzine di 13 anni, giovani spose, studentesse universitarie, maestre d’asilo: nessuna sfuggiva alla furia sessuale della ‘Guida’. Una storia sensazionale, una delle pagine piu’ scioccanti del regime di Gheddafi, ora raccontata in ‘Le prede’ di Annick Cojean (Piemme, 263 pagine, 16,50 euro)un libro che non lascia indifferenti e suscita la solita, forse inutile, domanda: possibile che nessuno al di fuori dei confini sapesse?

La vita di Soraya, quindici anni, va in pezzi una mattina del 2004, quando il presidente Gheddafi, in visita alla sua scuola, le accarezza i capelli. La ragazza e’ fiera di quell’onore. Non sa di essere condannata. La carezza e’ un segnale: significa “questa ragazza e’ mia”. Il giorno dopo Soraya viene prelevata e portata nell’harem del Presidente. Diventa una schiava sessuale. Per anni subisce violenze e aggressioni, vive relegata e isolata, costretta a rapporti di ogni genere, a guardare film pornografici “per imparare”, sottoposta a continui controlli medici, sempre a disposizione del rais, che la umilia in ogni modo. E questa e’ solo la punta dell’iceberg. Perche’ come Soraya ce ne sono migliaia. Mentre in pubblico Gheddafi si vantava di promuovere l’emancipazione femminile, i suoi emissari battevano ossessivamente scuole, universita’, feste di matrimonio, alla ricerca di prede fresche. Sono molte le vite spezzate dagli abusi, giovani donne, e anche uomini, asserviti alle voglie di Gheddafi. Tre volte vittime: della violenza, del disonore e del silenzio calato dopo la fine del regime.

“Soraya non imbroglia. Racconta quello che ha visto, vissuto, provato, senza la minima esitazione nell’ammettere cio’ che non sa, non capisce, non conosce” dice Annick Cojean, reporter di Le Monde, che per scrivere questo libro e’ andata in Libia, sfidando ostracismo e tabu’, “Non ha nessuna voglia di esagerare la sua storia o di amplificare il proprio ruolo. Non ipotizza mai. Spesso alle mie richieste di precisazioni contrapponeva un: ‘Mi dispiace, non ne so nulla. Non c’ero’. Non vuol essere credibile, vuol essere creduta. E in questa esigenza c’e’ qualcosa di vitale. D’altronde, erano i termini del nostro accordo: meglio un silenzio di un’approssimazione o di una bugia. Il piu’ piccolo inganno avrebbe danneggiato la credibilita’ dell’intera testimonianza. Allora lei ha detto tutto, correggendo persino suo padre quando a lui veniva voglia di rimaneggiare un po’ i fatti. A volte, quando raccontava le scene con Gheddafi, si scusava per le parole crude che era costretta a usare e che giudicava degradanti”.