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Esteri

Piace molto, all’Occidente, l’idea che un riavvicinamento tra Iran e comunità internazionale sia vicino, e che esso passi dalla firma di un accordo che pone un limite al programma nucleare iraniano per poi raggiungere un’eventuale collaborazione sul fronte iracheno e, perché no, su quello afghano. Sfatiamo subito questo mito: fino a che la struttura di potere della Repubblica Islamica rimarrà intatta nella sua attuale conformazione, non sembra esservi spazio di manovra per una riforma del sistema, né alcuna possibilità di distensione e normalizzazione dei rapporti. Anzi, il comportamento prudente dei vertici sembra essere teso proprio a limitare le aperture, affinché  dalla porta semiaperta non entrino idee pericolose in grado di suscitare dinamiche destabilizzanti.
 
Nei mesi scorsi, con il complicarsi della situazione sul fronte siro-iracheno e il dilagare di ISIS, si è assistito al moltiplicarsi degli appelli affinché l’Iran venga reintegrato a pieno nella comunità internazionale, in modo tale da poter offrire il proprio contributo contro il dilagare del terrorismo islamico di stampo sunnita. Al di là del fatto che Teheran sta già agendo – e continuerà a farlo – in Iraq per salvaguardare il fragile vicino e tenere in vita il malconcio “asse della resistenza” che comprende la Siria di Bashar al Assad e il movimento sciita libanese Hezbollah, a molti è parso chiaro come dalla distensione con Teheran possano nascere opportunità di collaborazione che permetterebbero di gestire le questioni calde che coinvolgono la regione, o che la coinvolgeranno nel prossimo futuro, come ad esempio la messa in sicurezza dell’Afghanistan dopo il ritiro completo della missione internazionale. Nessuno si illude – o se qualcuno lo fa, farebbe meglio a non farlo – che Teheran intenda agire come risolutore delle questioni per conto occidentale; ciò che appare chiaro però è che su alcuni punti l’agenda di Teheran potrebbe coincidere con quella occidentale. Allora, ben venga la collaborazione. Ma attenzione: una collaborazione mirata e specifica su singole questioni dove gli interessi sono comuni non equivale a una partnership strategica omnicomprensiva. Teheran non sembra avere alcuna intenzione di legarsi a doppio filo a quello che, dopotutto, rimane pur sempre il Grande Satana; né sembra disposta a rimettere in discussione la propria aspirazione a ricoprire il ruolo guida della comunità islamica, tutelandone gli interessi e difendendola da quello che continua a essere percepito come l’imperialismo occidentale. In poche parole, non sembra esservi alcun rischio che l’Iran segua il modello saudita, almeno finché rimarrà in vita la Repubblica Islamica – pena lo snaturamento degli elementi fondanti di quest’ultima e il conseguente rischio di autodistruzione.
 
I giornalisti hanno fatto in fretta (forse troppo) a salutare l’attuale presidente Hassan Rouhani come “il Gorbaciov iraniano”, tralasciando il fatto che nessuno probabilmente vorrebbe o potrebbe essere Gorbaciov; nessuno in Iran oggi vorrebbe passare alla storia come l’uomo che ha  fatto crollare la Repubblica Islamica. Perché di questo si tratta: venire meno alla tradizionale ostilità verso gli Stati Uniti, abbandonare la tradizionale retorica di portavoce degli interessi della comunità islamica di fronte all’imperialismo occidentale, significherebbe infliggere colpi mortali alle fondamenta della Repubblica Islamica. E allora, perché l’Iran cerca l’accordo con tanta determinazione?
 
Esistono essenzialmente due ordini di motivazioni, una di tipo economico e l’altra di tipo politico, strumentali alla necessità suprema: la sopravvivenza della Repubblica Islamica, l’autoconservazione del sistema.  Indicatori economici che segnalano l’esistenza di una situazione estremamente difficile, in grado di innescare una crisi sociale potenzialmente pericolosa, e una perdita di capitale politico come conseguenza di primavere fallite che hanno portato al potere movimenti islamisti di stampo sunnita, sembrerebbero aver convinto Teheran che è giunta l’ora di scendere a compromessi, per quanto il refrain che riecheggia negli ambienti di potere sia proprio “nessun compromesso”.
 
Proprio questa apparente schizofrenia rende evidente la necessità di indagare un ulteriore livello: quello del “doppio gioco” delle dichiarazioni ufficiali, che rende spontaneo domandarsi a che gioco gioca l’Iran. Il tono fermo ma conciliante di Zarif appare in totale disaccordo con le “linee rosse” di Khamenei, che sembrano voler dettare il tono delle trattative. Senza contare, poi, le dichiarazioni provenienti dagli ambienti dei pasdaran, inaspettatamente a sostegno del negoziato, con l’effetto di accrescere ancor più la confusione.
 
Il gioco parrebbe essere quello del poliziotto buono e del poliziotto cattivo. I sorrisi sornioni di Zarif e Rouhani contro il grugno enigmatico dell’ayatollah Khamenei sembrano essere lì per dare ulteriore linfa alla necessità di “aiutare Rouhani”, il moderato che piace proprio perché sulla sua testa sembrerebbe incombere la minaccia del ritiro del mandato conferito dalla Guida suprema per cercare un accordo sul nucleare. Il problema è che, per quanto moderato, per quanto sorridente, difficilmente Rouhani riuscirà a portare a casa un risultato che non sia quello voluto dalla Guida, in campo nucleare così come in altri ambiti. Con ogni probabilità il presidente sarà il capro espiatorio, da sacrificare in caso di fallimento del negoziato, lasciando spazio ai conservatori che riguadagneranno il centro della scena politica (nel 2015 si voterà per il rinnovo del Parlamento, già attualmente a maggioranza conservatrice, ma non solo: è in palio anche la poltrona di presidente dell’Assemblea degli esperti, dopo la morte dell’ayatollah Mahdavi-Kani avvenuta lo scorso ottobre).
 
Ad alimentare il gioco iraniano in sede negoziale intervengono altre tattiche messe in campo dal regime per accrescere il proprio leverage: per quanto i canali ufficiali si sforzino di mettere a tacere le voci secondo le quali un accordo di più ampia portata sarebbe in discussione - un accordo che vede Teheran collaborare in maniera attiva contro il dilagare del terrorismo islamico di stampo sunnita nella regione - è difficile non lasciarsi tentare dai selfie del comandante Qassem Suleimani, quello che solo fino a pochi mesi fa per il New Yorker era lo “shadow commander” e che adesso non lesina cartoline su cartoline dal fronte iracheno, a rimarcare il ruolo fondamentale svolto dalle brigate Al Qods iraniane nell’arginare la minaccia di ISIS.
 
Insomma, è difficile prevedere che piega prenderanno le trattative, ma occorre non essere ingenui nel valutare il supposto riavvicinamento tra Teheran e la comunità internazionale. A distanza di trentacinque anni dalla rivoluzione, mentre ancora ci si interroga sulla riuscita o sul fallimento della stessa, è possibile applicare all’Iran la stessa definizione che Churchill usò per definire la Russia: “un rebus,  avvolto in un mistero, che sta dentro a un enigma”.
 
Annalisa Perteghella, ISPI Research Assistant

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