L’analista geopolitico Arduino Paniccia: “L’obiettivo dell’Iran è prolungare la guerra. Ecco chi potrebbe essere il prossimo successore di Khamenei”
Quale sarà il futuro dell’Iran dopo le recenti scosse ai vertici del potere e dopo la morte di Khamenei? La risposta, più che nei nomi che scompaiono dalla scena, va cercata nelle strutture profonde del sistema politico della Repubblica islamica. Un quadro complesso in cui la parabola di Ali Larijani non segna affatto la fine dell’influenza del suo clan. Al contrario, conferma la capacità di adattamento di una delle famiglie più radicate e resilienti dell’establishment iraniano. A ribadirlo, ad Affaritaliani, è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica, fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), tra i più attenti osservatori delle dinamiche di potenza contemporanee.
“L’Iran, a mio parere, non ha ancora compiuto una scelta definitiva”, spiega. “Tuttavia, da ciò che abbiamo osservato recentemente, la sensazione è che la sostituzione dei vertici, colpiti duramente in questa fase, non avverrà attraverso figure istituzionali come il presidente o altri membri del triumvirato. Ancora una volta, la scelta ricadrà su un ‘falco’, o addirittura su un ‘superfalco’, espressione delle componenti più radicali del sistema”. Una dinamica non nuova nella storia della Repubblica islamica: “Nei momenti di crisi più acuta, il sistema di potere tende a ricompattarsi attorno alle sue componenti più ideologiche e securitarie. È probabile che emergano figure legate a famiglie influenti, come i Larijani, oppure esponenti dell’ala più dura, in particolare delle Guardie rivoluzionarie o del fronte intransigente sul nucleare, come Saeed Jalili. Questo conferma una linea precisa: l’Iran non vuole cedere, ma anzi prolungare il conflitto”.
I Larijani
I fratelli Larijani continuano infatti a occupare posizioni chiave nei centri decisionali. Tra questi c’è Sadegh Amoli Larijani: già a capo del sistema giudiziario, religioso con turbante bianco, è una figura di equilibrio tra il mondo dei bazarì, la burocrazia statale e l’élite clericale. La sua traiettoria lo colloca tra i possibili protagonisti di una futura riorganizzazione del potere, accanto a Mohammad Javad Larijani, che mantiene un ruolo più defilato ma tutt’altro che marginale, agendo come consigliere e figura di raccordo nei meccanismi decisionali. Più periferica appare invece la posizione di Bagher Larijani, spesso considerato la “pecora nera” della famiglia, ma comunque inserito in una rete di relazioni che continua a garantire al clan una presenza sistemica.
La loro forza, ancor prima che politica, è familiare, culturale e simbolica: “Incarnano una vera e propria dinastia del potere, e del resto non siamo di fronte a una fase in cui serve un mediatore. All’Iran serve una figura capace di mobilitare le residue forze fedeli al regime e mantenerle compatte. Il Paese si prepara a una fase intermedia del conflitto, successiva allo shock iniziale: un intervallo di circa cinque-otto settimane che sarà decisivo. È in questo arco temporale che capiremo se si entrerà in una fase prolungata e molto più pericolosa”. Un contesto in cui appare rilevante anche la struttura sociale e politica interna del Paese: “In Iran si conferma il peso delle grandi famiglie, che svolgono una funzione di mediazione tra la società e l’autorità religiosa. Un elemento che continua ad avere un forte appeal e contribuisce alla stabilità del sistema, anche in condizioni di pressione estrema”, spiega Paniccia.
Il ruolo della Russia
L’analista sottolinea poi come un ruolo chiave appartenga alla Russia: “Mosca dispone di diverse carte strategiche e, secondo alcune fonti, avrebbe garantito protezione diretta ai vertici iraniani. Se così fosse, si tratterebbe di un elemento decisivo capace di muovere l’ago della bilancia: senza questo supporto, la situazione interna sarebbe stata molto più fragile”. Il rapporto tra Teheran e il Cremlino si inserisce, del resto, in un quadro più ampio, segnato dalla guerra in Ucraina e da un progressivo riallineamento tra potenze revisioniste. Ugualmente, la crisi mediorientale non può essere letta senza considerare anche le dinamiche globali, in particolare quelle che coinvolgono Stati Uniti e Cina. “I tempi del conflitto”, osserva l’analista, “sono influenzati anche da fattori esterni. Il rinvio di un possibile incontro tra Washington e Pechino, nell’ordine di cinque-sei settimane, suggerisce che esista una finestra temporale entro cui gli Stati Uniti potrebbero cercare una stabilizzazione del quadro, prima di affrontare un confronto diretto con la Cina”.
Da questo punto di vista, la postura americana appare il risultato di una trasformazione di lungo periodo. “Non parlerei di un isolazionismo improvviso. È piuttosto l’esito di un processo che parte dall’era reaganiana, passa per la fase post-11 settembre e arriva fino al paradigma MAGA. Gli Stati Uniti hanno progressivamente ridotto il loro impegno multilaterale, privilegiando rapporti diretti tra grandi potenze. Questa evoluzione ha avuto poi un forte impatto sugli equilibri istituzionali internazionali. Oggi Washington sembra orientata a dialogare principalmente con attori come Russia e Cina, ridimensionando il ruolo di organizzazioni come NATO e ONU. È una trasformazione strutturale della postura americana, non una fase contingente”, spiega l’esperto.
Lo stretto di Hormuz
Sul piano operativo, uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il traffico energetico globale: “Tra le ipotesi in campo emerge quella di una soluzione sul modello del Mar Nero, con un coinvolgimento delle Nazioni Unite. Potrebbe rappresentare un’alternativa alla coalizione militare, che finora non ha prodotto risultati concreti, se non un aumento dei prezzi e delle tensioni sui mercati”. Tuttavia, le incognite restano numerose. “La linea iraniana è di assoluta fermezza nei confronti degli Stati Uniti, e un controllo militare diretto dello Stretto appare estremamente complesso, anche per la crescente presenza americana nella regione. L’alternativa potrebbe essere un accordo multilaterale sotto egida ONU, probabilmente con un ruolo attivo della Russia”, spiega Paniccia.
Lo sguardo dell’analista torna poi sugli equilibri tra le grandi potenze: “Ho la sensazione che il rapporto tra Trump e Putin sia più intenso di quanto appaia, anche sul dossier iraniano. E se lo scenario non dovesse degenerare, anche la Cina potrebbe essere coinvolta in soluzioni negoziali. Ma, naturalmente, restiamo nel campo delle ipotesi”. Sta di fatto che le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive non solo per il Medio Oriente, ma per l’intero equilibrio globale.

