Iran, Paniccia: “La guerra economica di Trump non basta. L’Occidente non ha tempo”
“Confidare in un vero accordo tra Iran e Trump appare ormai inutile, anche se più volte tentato, annunciato e descritto come possibile”. A dirlo ad Affaritaliani è Arduino Paniccia, analista di strategia militare e geopolitica e fondatore e presidente della Scuola di Guerra Economica e Competizione Internazionale di Venezia (ASCE), che analizza le prossime mosse di Washington nel confronto con Teheran.
Dopo sei mesi di conflitto altalenante e a poco più di due mesi dalle elezioni americane di midterm, secondo Paniccia Washington è chiamata a scegliere una strada. “Scartata l’opzione di un attacco militare duro, per lo spargimento di sangue e le inevitabili perdite americane che essa potrebbe comportare, Trump punta sulla guerra economica”.
Una strategia che, tuttavia, presenta diversi limiti. “Ma le sanzioni, da sole, non sono mai risolutive e difficilmente possono raggiungere in tempi brevi il vero obiettivo capace di rovesciare la situazione: la caduta del regime iraniano, indebolito e attraversato da dissidi interni, ma che ha dimostrato una notevole resilienza”, spiega l’analista.
A complicare ulteriormente il quadro sono le cosiddette sanzioni secondarie, che rischiano di aprire un nuovo fronte internazionale. “Colpire banche, industrie, apparato della difesa, contrabbando petrolifero e operazioni finanziarie dei Pasdaran significa colpire il sistema che sostiene l’Iran e quindi confrontarsi direttamente con Cina e Russia, oltre a verificare la reale volontà di Pechino, Mosca e Nuova Delhi di isolare economicamente e finanziariamente Teheran”.
Una strategia che potrebbe avere ripercussioni anche sui rapporti tra Washington e Pechino. “A un mese dal previsto viaggio di Xi Jinping a Washington, attaccare anche il sistema occulto di banche e finanziarie utilizzato dalla Cina per sostenere i Paesi amici non sembra, peraltro, la migliore premessa per quell’incontro”, osserva Paniccia.
L’analista guarda poi alle precedenti mosse americane: “Dopo il bombardamento strategico inefficace, la guerra del mare e dello Stretto condotta su una pessima idea di Trump e il tentativo di mobilitare gli imbelli alleati arabi del Golfo, la guerra economica rischia dunque di produrre risultati soltanto nel lungo periodo”. Ed è proprio il fattore tempo a rappresentare, secondo Paniccia, il principale problema per l’Occidente.
“Un risultato indiscutibile Trump lo ha comunque già ottenuto: lo Stretto di Hormuz è sostanzialmente riaperto al traffico mercantile”. E a garantire la riapertura è soprattutto la presenza militare americana: “La US Navy finalmente mostra i muscoli. Lungo la rotta vicina all’Oman transitano, sotto la protezione della flotta americana, anche 10-15 navi contemporaneamente tra cargo e petroliere. Negli ultimi due giorni oltre 10 milioni di barili di petrolio hanno attraversato lo Stretto tra entrata e uscita”.
Per Paniccia, proprio la situazione nello Stretto rappresenterebbe un indicatore della ridotta capacità operativa dei Pasdaran: “È questa l’unica attività americana che sta producendo risultati concreti e dimostra anche che i Pasdaran, nonostante le loro immaginifiche dichiarazioni e minacce, dispongono ormai di forze assai ridotte”.
Da qui la necessità di consolidare la riapertura di Hormuz anche attraverso il coinvolgimento degli alleati occidentali: “Non resta quindi che sostenere la riapertura di fatto di Hormuz, anche attraverso il contributo degli alleati con naviglio tecnico, dragamine e navi appoggio”.
Una linea che, nella lettura dell’analista, avrebbe anche un obiettivo economico immediato: evitare che la crisi energetica si trasformi in una crisi più ampia. “Questa appare l’unica strada per mantenere coeso il fronte europeo e occidentale, volente o nolente coinvolto nella crisi, con un obiettivo immediato: evitare che la crisi energetica ormai incombente si trasformi in crisi inflazionistica, recessiva e infine sociale”.
La conclusione di Paniccia è affidata a una citazione di Winston Churchill: “Come diceva Churchill, gli americani prendono sempre la decisione giusta, dopo averle provate tutte”.

