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Iran, parla l’esperto: “I negoziati in corso? Nessuna pace, servono a ricompattare i fronti. Israele senza guerra rischia il collasso interno”

Elia Morelli spiega ad Affaritaliani perché il cessate il fuoco è solo una mossa tattica: tra la sete energetica degli USA e l’intransigenza di Teheran

Iran, parla l’esperto: “I negoziati in corso? Nessuna pace, servono a ricompattare i fronti. Israele senza guerra rischia il collasso interno”

Guerra Iran, parla l’analista: “I negoziati in corso? Nessuna pace, servono solo per ricompattare i fronti interni”

Mentre il confronto tra Stati Uniti e Iran resta bloccato sul dossier nucleare, la crisi si è progressivamente spostata su un altro terreno decisivo: quello dello Stretto di Hormuz, snodo chiave per gli equilibri energetici globali. La proposta avanzata da Teheran – che lega la riapertura dello Stretto al rinvio dei negoziati sul nucleare – segna un cambio di paradigma, trasformando una guerra nata con obiettivi militari in una partita negoziale ad alta intensità strategica.

Sul tavolo non c’è solo la fine delle ostilità, ma il controllo di una delle arterie più sensibili del commercio mondiale e il rapporto di forza tra le potenze coinvolte, con implicazioni dirette anche per gli equilibri regionali e per il ruolo di attori come Israele. In questo contesto, la proposta iraniana solleva interrogativi cruciali: si tratta di un’apertura diplomatica o di una mossa per consolidare una posizione di vantaggio? E quali effetti può avere sul futuro del conflitto e sulla stabilità internazionale?

A fare chiarezza è Elia Morelli, ricercatore di storia presso l’Università di Pisa e analista geopolitico, che ad Affaritaliani analizza logiche, obiettivi e possibili sviluppi della strategia iraniana: “I negoziati in corso mirano a un cessate il fuoco tattico per ricompattare i fronti interni, ma non porteranno a una pace duratura, che resta sempre più lontana, anche perché Israele, se smettesse di combattere il nemico esterno, rischierebbe di crollare a causa delle proprie disfunzioni interne”.

In cosa consiste concretamente il piano proposto dall’Iran per la riapertura dello Stretto di Hormuz? Qual è il significato strategico di questa proposta?

“La guerra, iniziata con l’obiettivo israelo-americano di obliterare il programma nucleare iraniano, distruggerne l’arsenale missilistico e smantellare l’Asse della Resistenza (i proxy in Libano, Siria, Iraq, Palestina e Yemen), si è trasformata in un negoziato incentrato sullo Stretto di Hormuz. Chiuso dagli attacchi iraniani in risposta all’offensiva di Usa e Israele, lo Stretto è oggi la principale leva di Teheran.

L’Iran agisce da una posizione di forza. La proposta delle frange oltranziste, portata avanti dal ministro Araghchi, punta a sancire la piena sovranità iraniana e parzialmente dell’Oman sullo Stretto. Il piano prevede il ripristino della circolazione in cambio di un pedaggio di due milioni di dollari a nave, ponendo fine al contro-blocco statunitense. Questo scenario segnerebbe una vittoria strategica per i Pasdaran, portando la principale arteria energetica globale sotto l’orbita d’influenza iraniana”.

Perché Iran vuole rinviare i negoziati sul nucleare con gli Stati Uniti?

“Teheran intende dare priorità assoluta alla questione di Hormuz, consapevole dell’errore tattico americano. Gli Stati Uniti, seguendo Israele, hanno innescato una crisi energetica globale dai costi insostenibili e hanno urgenza di chiudere il conflitto. In questo contesto, l’ala oltranzista mette in secondo piano il nucleare anche per ragioni interne: la linea di Mojtaba Khamenei, vicina ai Pasdaran, potrebbe cambiare l’editto religioso che vietava l’arma atomica per aumentare la deterrenza contro Israele.

Per l’Iran, rinunciare momentaneamente ai negoziati significa blindare le riserve di uranio arricchito (circa 450 kg) stoccate a Isfahan. Teheran rifiuta di trasferirle all’estero in cambio dei 20 miliardi di dollari proposti dagli USA, ritenendo quel materiale un deterrente strategico imprescindibile per la sopravvivenza stessa dell’impero iraniano”.

Questa proposta può davvero portare a un cessate il fuoco duraturo o alla fine della guerra?

“I negoziati in corso mirano a un cessate il fuoco tattico per ricompattare i fronti interni, ma difficilmente porteranno a una pace duratura. Israele, che non è parte integrante del tavolo negoziale, attende il momento propizio per tornare a colpire l’Iran con l’obiettivo di disintegrare le sue capacità militari e la sua struttura di potere. Al contrario, l’Iran trae benefici da questa guerra di logoramento, avendo compattato il Paese e messo in crisi l’egemonia marittima statunitense.

Gli Stati Uniti sono i più desiderosi di una tregua, ma appaiono profondamente spaccati al loro interno. Da un lato l’amministrazione Trump, con il Segretario di Stato Rubio, sembra favorevole alla ripresa del conflitto, mentre il vicepresidente Vance e il Pentagono sono fortemente contrari. Il Pentagono teme l’esaurimento delle scorte missilistiche, ridotte del 40%, e vuole evitare un coinvolgimento totale per non sguarnire l’Indo-Pacifico in funzione anti-Cinese. Nonostante la stanchezza dell’opinione pubblica americana, la pace resta lontana anche perché Israele, se smettesse di combattere il nemico esterno, rischierebbe di implodere a causa delle proprie disfunzioni interne”.

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