Medio Oriente, Trump: “Dire che Washington non sta vincendo la guerra è tradimento”. Frizioni con gli alleati, la Cina spinge per la riapertura di Hormuz: “Passati da 130 a 10 navi al giorno”
La guerra in Medio Oriente si fa sempre più complessa e carica di tensioni internazionali, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump continua ad alzare i toni sul conflitto con l’Iran. Nel corso di diversi interventi pubblici, Trump ha definito “tradimento” sostenere che Washington non stia vincendo la guerra, ribadendo con forza la necessità di portare avanti l’attacco. Secondo il presidente, il nodo centrale resta il programma nucleare iraniano, considerato una minaccia diretta non solo per Israele ma per l’intero equilibrio globale. “Non potete dare all’Iran un’arma nucleare”, ha dichiarato durante un evento in Florida. “La userebbero contro Israele molto rapidamente, poi in Medio Oriente, in Europa e noi saremmo i prossimi”.
Trump ha giustificato il conflitto come una guerra necessaria: “Siamo in guerra perché non possiamo permettere a dei pazzi di avere l’arma nucleare”. Allo stesso tempo ha escluso qualsiasi conclusione rapida delle operazioni, chiarendo che gli Stati Uniti non accetteranno accordi che non garantiscano risultati duraturi. “Non ce ne andremo prima del tempo, rischiando che questo problema si ripresenti tra tre anni”, ha affermato, aggiungendo che senza l’intervento americano Israele e l’intero Medio Oriente sarebbero stati “fatti a pezzi”, con conseguenze pesanti anche sui mercati finanziari e sul prezzo del petrolio.
Sul piano strategico emergono anche segnali di frizione con gli alleati europei. Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati dalla Germania entro il prossimo anno, una decisione attribuita anche al malcontento dell’amministrazione Trump per il livello di supporto europeo nella gestione della crisi iraniana.
Nel frattempo, la crisi si allarga coinvolgendo apertamente altre potenze globali. La Cina ha sollecitato la riapertura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Alle Nazioni Unite, l’ambasciatore Fu Cong ha attribuito l’escalation al conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, chiedendo il mantenimento del cessate il fuoco e la ripresa dei negoziati. Pechino ha invitato Teheran a revocare le restrizioni e Washington a porre fine al blocco navale, sottolineando come la chiusura dello stretto stia destabilizzando i mercati energetici e l’economia globale. Il traffico marittimo, infatti, è crollato drasticamente: dalle circa 130 navi al giorno si è passati a meno di 10.
Sul terreno, intanto, la violenza non si arresta. In Libano il ministero della Salute ha riferito che almeno 13 persone sono state uccise in bombardamenti israeliani nel sud del Paese, colpendo anche una località per la quale era stato emesso un ordine di evacuazione nonostante il cessate il fuoco. A Habboush si contano otto vittime, tra cui un bambino e due donne, e 21 feriti. Altri attacchi a Zrariyeh hanno causato quattro morti, tra cui due donne, e quattro feriti. Un ulteriore raid ad Ain Baal, nei pressi della città costiera di Tiro, ha provocato un morto e sette feriti.

