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Esteri

I quattordici raid, in un solo giorno, dell'aviazione americana contro le postazioni jihadiste imprimono un primo significativo effetto nei combattimenti di terra tra curdi e miliziani dello Stato Islamico. La diga di Mosul, avamposto strategico sul fiume Tigri, sarebbe ripassata completamente sotto il controllo curdo. Lo hanno annunciato i peshmerga. La conferma arriva direttamente dalla Casa Bianca: "Il presidente Obama ha autorizzato i continui raid aerei in Iraq vicino alla diga di Mosul per aiutare i peshmerga curdi a strapparla al controllo degli jihadisti sunniti dello Stato Islamico (is): pensavano di usarla come arma per inondare le zone non sotto il loro controllo. Un crollo o l'apertura incontrollata delle paratoie della diga avrebbe minacciato non solo i civili iracheni ma anche l'ambasciata Usa a Baghdad".

Le incursioni aeree effettuate dalle forze Usa, secondo fonti della tevisione Al Jazeera, sono "le più pesanti" dall’inizio dell’intervento, l’8 agosto. 14 i raid americani - di cui ha dato conto il Pentagono - contro i jihadisti dello Stato islamico (Is) per aiutare i curdi a riconquistare la diga. Una costruzione strategica, sul fiume Tigri, la più grande dell’Iraq, che consente di irrigare tutta la piana di Ninive. Se i jihadisti fossero riusciti a farla saltare, ci sarebbero state conseguenze ambientali devastanti.

Grazie anche all'aiuto americano i Peshmerga curdi hanno prima preso il controllo della parte est della diga e poi, hanno riconquistato anche la zona di Batnaah, a nord di Mosul, respingendo le milizie dell'Esercito islamico.

C'è anche un battaglione di donne fra le forze dei Peshmerga, ovvero "quelli che affrontano la morte". Sono 550 le soldatesse del secondo battaglione, guidato dal colonnello Nahida Ahmad Rashid che si addestrano a Sulemanya, nel Kurdistan iracheno, e si dicono pronte a battersi.
 
Quanto alle missioni aeree, il Pentagono ha ribadito che i raid mirano a sostenere gli sforzi per gli aiuti umanitari e a proteggere il personale Usa. Il Pentagono ha reso noto che per la prima volta sono stati usati anche bombardieri terresti. Gli attacchi - secondo quanto comunicato dagli Stati Uniti -hanno danneggiato e distrutto 10 veicoli armati, sette veicoli Humvee da ricognizione, due mezzi blindati e un posto di blocco jihadista.

La risposta dell'Is non si è fatta attendere: i jihadisti hanno fatto saltare il ponte di Fadiliyah, situato 45 chilometri a nord est della città di Hilla, capoluogo del governatorato di Babil, a 100 chilometri da Baghdad. Lo ha riferito all'agenzia Nova una fonte della sicurezza irachena. La fonte ha aggiunto che vi sono incursioni dei terroristi nelle zone dei villaggi attorno al ponte, che erano sorvegliate da pattuglie dell'esercito regolare.

E si combatte anche in Siria, dove nelle due ultime settimane, sono stati uccisi 700 membri della tribù sunnita Chaitat, che si ribella all'autorità dell'Is. Gli aerei da guerra del governo siriano hanno compiuto oggi almeno 19 attacchi contro obiettivi dello Stato islamico in Siria nella roccaforte settentrionale di Raqqa e nella regione circostante, uccidendo fra 11 e 16 militanti. Lo riferiscono i Comitati locali di coordinamento e l'Osservatorio siriano per i diritti umani.

Sul piano internazionale, ricordiamo che il 15 agosto il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato all’unanimità una risoluzione con misure che dovrebbero ostacolare i finanziamenti e le forniture di armi all’Is. E lo stesso giorno il Consiglio europeo straordinario ha detto sì alla fornitura di armi ai curdi.Continua a rimanere drammatica la situazione di decine di migliaia di profughi, tra cui molti cristiani oltre che Yazidi che si sono riversati nella regione autonoma del Kurdistan. "Non dimentichiamo il grido dei cristiani e di ogni popolazione perseguitata in Iraq", ha detto Papa Francesco da Seul, ribadendolo anche in un tweet:
 
Con un intervento sul Sunday Telegraph, il primo ministro britannico David Cameron rafforza il suo messaggio e sottolinea che contro la minaccia dell'Is l'azione umanitaria da sola non è sufficiente. Cameron spiega quindi che "la creazione di un califfato islamico estremista nel cuore dell'Iraq e che si estende verso la Siria non è un problema lontano da casa", ma una minaccia che potrebbe giungere fin nelle strade della Gran Bretagna.
 
Per questo, dopo il primo passo, quello dell'emergenza umanitaria, il premier britannico ritiene che sia adesso la volta di una risposta più vasta dal punto di vista politico, diplomatico, della sicurezza. Un intervento, che per la prima volta fa leggere fra le righe la propensione di Londra verso un coinvolgimento maggiore in Iraq rispetto a quanto messo in campo fino ad ora.

Mentre il ministro degli Esteri tedesco, Frank-Walter Steinmeier, si è pronunciato contro l'eventuale nascita di uno Stato indipendente curdo in Iraq, che "destabilizzerebbe ulteriormente la regione, creando nuove tensioni, anche con gli stati vicini all'Iraq". In una intervista alla Bild, il capo della diplomazia tedesca ha espresso l'auspicio che sia "preservata l'unità dello Stato iracheno".

Intanto il presidente Usa Barack Obama ha interrotto per 48 ore le sue vacanze a Marthas Vineyard, l'isola dei vip al largo del Massachusetts, per rientrare alla Casa Bianca in vista di una serie di appuntamenti che includono briefing con i responsabili della Sicurezza Nazionale.

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