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Esteri

Con il perdurare della crisi irachena prendono corpo le ipotesi per un coinvolgimento statunitense diretto. La Casa Bianca ha assicurato che tutto avverrà con consultazioni con Baghdad e che un eventuale intervento sarà a tempo e non includerà militari sul campo mentre "l'attacco con i droni potrebbe essere un'opzione".
 
Gli Usa hanno confermato la possibilità di una discussione con l'Iran sulla situazione a Baghdad, pur chiarendo che la collaborazione non sarà sul piano militare. La cornice dell'incontro potrebbe essere Vienna, dove si svolge un nuovo round dei colloqui sul programma nucleare iraniano. Segnali di distensione da parte dell'Occidente arrivano anche da Londra che ha annunciato di ritenere le condizioni adeguate per riaprire la propria ambasciata a Teheran.
 
Sul campo, i militanti dello Stato Islamico dell'Iraq e del Levante che negli scorsi giorni hanno invaso le città della valle del Tigri a nord di Baghdad sembra abbiano fermato la loro avanzata nei pressi della capitale anche se oggi hanno conquistato la città di Tal Afar, nel nord-ovest del paese. Intanto, gli Usa hanno portato una seconda nave da guerra nel Golfo Persico con a bordo 550 marine e hanno annunciato il dispiegamento di 275 militari a protezione dell’ambasciata di Baghdad.
 
Secondo Gianluca Pastori, Università Cattolica, sembra sempre più possibile che Barack Obama si trovi costretto a dare inizio a un nuovo intervento militare in Medio Oriente per sostenere il governo di Nouri al-Maliki. Al di là dei modi e dei tempi in cui tale intervento si realizzerà (se si realizzerà), esso rappresenta il segnale di come un disimpegno statunitense dalla regione appaia ancora remoto. Allo stesso tempo, esso conferma il ruolo che le potenze regionali mantengono nella definizione degli equilibri di lungo termine di un’area che, dopo la caduta del regime di Saddam Hussein, fatica a trovare una stabilità duratura. Proprio tali potenze sono, infatti, destinate a svolgere un ruolo centrale, indipendentemente da quelle che potranno essere, in concreto, le scelte di Washington: Iran, Siria e Turchia hanno un interesse centrale agli esiti dello scontro in atto in Iraq, così come lo hanno - in maniera anche più diretta - le autorità politiche di un Kurdistan che, con Baghdad, continua a coltivare un rapporto sotto molti aspetti ambiguo.
 
I successi dell’Isis hanno messo in evidenza i limiti delle Forze armate irachene, alla cui consistenza numerica (270.000 uomini circa e un budget pari al 3% circa del Pil) non sembra corrispondere un’adeguata capacità operativa. I problemi delle forze di Baghdad sono vari e riguardano, fra l’altro, un reclutamento problematico, una scarsa combat readiness, la debolezza della catena di comando e la tendenza dei reparti a essere normalmente (e fortemente) sotto organico.
 
Ma i limiti delle Forze armate nazionali rappresentano solo una parte della complessa equazione irachena, le cui ricadute – per Washington – interessano l’intero tessuto regionale. Il ventilato intervento dell’Iran a sostegno del governo di al-Maliki, oltre ad accentuare la portata della crisi in atto, ad esempio, pone l’amministrazione Usa di fronte all’emergere di una convergenza d’azione quanto meno imbarazzante, soprattutto alla luce degli sforzi sinora compiuti per evitare quella che è stata in più occasioni presentata come la “satellizzazione” di Baghdad agli interessi di Teheran.
 
Sul fronte interno statunitense, sebbene la lotta contro la minaccia jihadista dell’Isis possa costituire un importante punto di convergenza con l’opposizione repubblicana, i “compromessi” cui possono spingere le necessità di questa lotta possono, al contrario, dimostrarsi assai divisivi. Ciò – ancora una volta – in un anno nel quale l’amministrazione è chiamata ad affrontare la prova delle elezioni di midterm e in cui i partiti impostano la corsa destinata a condurli all’appuntamento con le presidenziali del 2016.
 
La scelta di un intervento “di basso profilo” basata essenzialmente su un’azione aerea, se pure ha un senso dal punto di vista operativo, lascia – commenta Pastori - impregiudicati i termini politici del problema. Al contrario, essa rischia di accrescere l’immagine d’incertezza che continua a circondare la politica mediorientale di un’amministrazione faticosamente in bilico tra l’ambizione di un difficile multilateralismo e la necessità di continuare a svolgere il suo tradizionale ruolo-guida in una regione che viene percepita come centrale per la tute.

da http://www.ispionline.it/

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