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Israele-Gaza, alle radici del conflitto: le tre chiavi per capire il presente

Alle radici del conflitto israelo-palestinese: tre chiavi per inquadrare il presente

In un rapporto di 280 pagine che documentava con dovizia di dettagli come Tel Aviv controlli i territori e il popolo palestinese, nel 2022 Amnesty International definiva Israele uno stato di apartheid. Altri gruppi, tra cui Human Rights Watch e l'organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, erano giunti alla stessa conclusione un anno prima.

Lo storico Avi Shlaim, di origini ebraiche irachene, trasferitosi in Israele dopo la sua fondazione nel 1948, fra i fondatori del gruppo “Nuovi storici”, gruppo di studiosi che offrono interpretazioni critiche del sionismo e della storia di Israele, non ha mai fatto mistero del fatto che i palestinesi vivono ancora sotto l’apartheid. “Dagli Accordi di Oslo, del 1993, non è cambiato nulla”, dice nel corso di una intervista rilasciata al The Guardian. “Le cose sono anzi solo peggiorate, soprattutto per i palestinesi dei Territori occupati della Cisgiordania”. In diverse occasioni ha ricoirdato che il processo con il quale vengono deumanizzati i palestinesi, in Israele inizia fin dalla tenera età, fin dalla scuola. “Sebbene possa sembrare scioccante non è sorprendente: razzismo e imperialismo spesso vanno di pari passo”.

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In una conferenza tenutasi al Palestinian National Theatre a Gerusalemme il 2 novembre 2017, Shlaim tenne una lectio magistralis su “L'eredità britannica in Palestina: da Balfour e oltre”. In quell’occasione evidenziò tre punti chiave indispensabili per inquadrare e comprendere le radici e le ragioni sottese al secolare conflitto esistente fra palestinesi e israeliani.

Il primo riguarda un tradimento. Nel pieno della Prima guerra mondiale, con il sostegno delle forze britanniche, nel Levante scoppia una rivolta araba contro l'Impero Ottomano in seguito alla quale le forze della Sublime Porta vengono scacciate. Il Regno Unito, che precedentemente aveva concordato nella corrispondenza McMahon-Hussein il pieno sostegno all'indipendenza araba in caso di rivolta, si rimangia la parola e la promessa. Così alla fine della guerra, d’accordo con la Francia, spartisce il territorio in base all'accordo Sykes-Picot, siglato nel 1916, in base al quale le due potenze definivano le rispettive sfere di interesse nel Medio Oriente in caso di sconfitta dell’Impero Ottomano. Gli arabi, traditi, realizzano di essere finiti fra l’incudine e il martello, schiacciati in una morsa fatale.

Il secondo una promessa illecita. Il 2 novembre 1917 una breve lettera indirizzata al banchiere barone Lionel Walter Rothschild, passata alla storia comeDichiarazione Balfour”, il governo di Sua Maestà, promette di sostenere la creazione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico”. Quindici righe nelle quali, per bocca del ministro degli esteri britannico Arthur Balfur, il Governo britannico informa il Movimento Sionista americano che può contare sulla piena “simpatia per le aspirazioni dell'ebraismo sionista” rassicurandolo circa il fatto che le istanze sono state “presentate e approvate dal governo”, e precisando che “nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. Dietro la sua stesura c’era il machiavellico contributo di Chaim Weizmann, futuro primo presidente di Israele, gran regista del Movimento Sionista e tessitore di relazioni con il Governo di sua Maestà e quello americano. L’11 dicembre 1917 l’armata britannica, comandata dal generale Edmund Allenby sconfiggeva l’esercito ottomano nella battaglia di Gerusalemme e conquistando la Città Santa. Quando Allenby entra in città, al suo fianco si trova l’Unità militare giudaica, posta sotto l’alto comando britannico, divenuta in seguito Brigata Ebraica. Fra i membri che la compongono ci sono un giovane David Ben Gurion e il ventenne Nehemiah Rabin, padre di Yitzhak Rabin. Nel 1920 viene istituita la Palestina Mandataria e nel 1922 gli inglesi ottengono un mandato per la Palestina dalla Società delle Nazioni.

Il terzo riguarda le conseguenze. Quelle delle ambiguità espresse fin dal secolo scorso dalla politica britannica e americana considerate, a ragione, alla base di una catastrofica serie di disgraziati eventi. A partire dai conflitti scatenatisi fra i coloni ebrei ashkenaziti, provenienti per lo più dal nord est europeo, e gli arabi che li percepivano come elementi estranei al mondo e alla cultura medio orientale, e che di fatto non si integravano, né da un punto di vista sociale, né economico, né linguistico. E questo ancor prima che il piano per la spartizione della Palestina mandataria in due Stati venisse adottato e votato dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 29 novembre 1947. Responsabilità ancora oggi alla base del sanguinoso e irrisolto conflitto israelo-palestinese, del quale la guerra in corso a Gaza non è che l’ultimo vergognoso frutto.






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