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Esteri
Israele 'costretto' a invadere Gaza. Gli Stati Uniti e l'Ue? Impotenti

Le forze armate di Israele proseguno la loro avanzata nella Striscia di Gaza, puntando a distruggere i tunnel di Hamas usati, secondo Israele, dai combattenti palestinesi per infiltrarsi oltreconfine. L'azione, seguita alla tregua umanitaria di 5 ore, è stata accompagnata da un’intensificazione dei bombardamenti su alcune zone della Striscia, tra cui la città di Gaza, che per diverse ore ieri sera è rimasta al buio e con difficoltà nel funzionamento delle linee telefoniche. Almeno 24 palestinesi, di cui tre minorenni, sono stati uccisi dall’inizio dell’offensiva terrestre, facendo salire a 265 il numero totale dei morti palestinesi nell’undicesimo giorno del conflitto. Oggi è morto anche un soldato israeliano nella Striscia, seconda vittima israeliana dall’inizio delle ostilità, la prima era un civile.
 
 
 
Cosa vuole Israele?
 
L’obiettivo dichiarato di Israele è quello di scovare e distruggere l’arsenale di Hamas e i suoi capi militari. Se così fosse, era evidente come tale scopo non sarebbe stato potuto raggiungere esclusivamente con un’operazione aerea. Come noto, infatti, molti razzi di Hamas e delle altre sigle palestinesi presenti a Gaza come la jihad Islamica, sono spesso nascosti nei sotterranei di abitazioni civili o nei tunnel sotterranei. L’ONU ha anche denunciato il ritrovamento di 20 razzi sotto una scuola gestita da lei. Stando così le cose, i bombardamenti, senza incursioni di terra, non sarebbero stati efficaci in quel senso
 
Si consideri anche l’alto numero di vittime civili causate dai bombardamenti e dovute anche all’altissima densità abitativa di Gaza. Per avere un dato, si pensi che, con circa 5.000 abitanti per km quadrato (in tutto Gaza ha circa un milione e 800.000 abitanti), Gaza è seconda al mondo solo dopo Singapore e Monaco come “Paesi” per densità di popolazione
 
Netanyahu sembra essere stato titubante fino all’ultimo circa una invasione di Gaza da parte delle truppe di terra, ma vi è da considerare il panorama politico interno in Israele: il governo Netanyahu è in coalizione con le forze della destra oltranzista, tra cui il Ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. Queste spingono per una reazione dura e per l’attacco di terra. Per non indebolirsi troppo con l’ala oltranzista, Netanyahu, secondo alcune interpretazioni, sembra non aver avuto scelta
 
L’attacco di terra, a differenza della campagna aerea, non comportava grandi rischi in termini di vite umane per i soldati israeliani, mentre l’invasione di terra comporta quasi sicuramente delle vittime anche da parte israeliana, come confermato del resto dal primo soldato ucciso durante la prima notte di operazioni di terra
 
Ora che l’operazione di terra ha avuto inizio, ci si interroga su quanto potrà durare e, addirittura, se Israele avrà intenzione di tornare a un’occupazione della Striscia in maniera più stabile. Se quest’ultima ipotesi risulta difficile, è invece plausibile che l’azione di terra possa durare molti giorni, sempre considerando il tipo di obiettivi che si vuole colpire: difficili da individuare, ben nascosti e tanti dal punto di vista numerico
 
In particolare, sembra che ciò che ha convinto definitivamente Netanyahu a dare l’ok all’azione di terra, riguarda l’esistenza dei tunnel sotterranei, non soltanto sul versante di Rafah (al confine con l’Egitto), ma anche verso Israele. Uno di questi è stato scoperto ad ottobre. Era lungo 2 chilometri e mezzo, scavato ad una profondità di 20 metri, usciva vicino al kibbutz Ein Hashlosha. Per realizzarlo hanno usato 800 tonnellate di cemento e speso alcuni milioni di dollari
 
Al confine con Rafah, invece, nel 2013 si parlava di almeno 800 tunnel operativi. Alcune fonti riferiscono che sono “transitati” nelle gallerie da Rafah (Egitto) verso Gaza il 65% della farina, il 98% dello zucchero, il 100% di acciaio e cemento. Un traffico civile che si è poi mescolato a quello bellico: razzi, munizioni e altre materiale destinato alle Brigate al Qassam come alle altre fazioni
 
 
 
Quali sono gli scopi di Hamas?
 
Hamas, in questa ennesima crisi, sembra aver sottovalutato e malintepretato le intenzioni israeliane, soprattutto riguardo l’eventualità di un’azione di terra, pensando che Israele no avrebbe scelto di perseguire questa opzione
 
Hamas ha due obiettivi: uno militare e uno politico. Dal punto di vista militare, la sua intenzione sembra essere quella di fungere da deterrente nei confronti di Israele, tramite il continuo lancio di razzi, ma è ben cosciente che da sola questa tattica non potrà fermare Israele (anzi, il contrario…), né riuscirà a costituire una minaccia credibile. Dall’inizio di luglio, ha lanciato più di 1.600 razzi in territorio israeliano, per la maggior parte intercettati dal sistema Iron Dome, provocando qualche danno e la morte di un solo cittadino israeliano
 
Dal punto di vista politico, Hamas ha bisogno di recuperare popolarità interna a Gaza e cerca di compattare la popolazione contro il nemico comune, Israele. Ciò che vorrebbe, probabilmente, sarebbe anche il rilascio dei prigionieri e la fine dell’assedio di Gaza, per poter poi “rivendersi” queste vittorie dal punto di vista interno.
 
C’è da considerare, però, che Hamas non è attualmente l’unico attore palestinese in gioco. Uno degli elementi che più destabilizza la situazione è costituito dalla presenza di altre frange più radicali (salafiti, jihadisti, etc.) che sfuggono al controllo di Hamas stesso e hanno come obiettivo Israele. Hamas sembra essere inoltre divisa tra l’ala militare che è a Gaza e quella politica, guidata da Khaled Meshaal, e attualmente a Doha, che sarebbe più propensa alla cautela e non allo scontro diretto con Israele.
 

 

Backgorund: perché ora la crisi?
 
Non si può non notare che questa nuova crisi arriva in un momento particolare per la Palestina: a inizio giugno, infatti, era stato formato il governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas, dopo sette anni di divisioni. La notizia era stata accolta molto negativamente da Israele, che ritiene Hamas un’organizzazione terroristica e non vede di buon occhio il fatto che Hamas possa riacquisire parte i legittimità, tramite la partecipazione attiva al processo politico palestinese. Da più parti si è fatto notare come, di fatto, questa crisi riallontani in parte Fatah e Hamas, dal momento che Fatah e Abu Mazen stanno continuando a dialogare con Israele.
 
Se la crisi fa il gioco di Israele nel senso di far naufragare parzialmente e momentaneamente l’idea di un governo di unità nazionale in Palestina, l’altra questione all’ombra del conflitto è quella del nucleare iraniano. Proprio domenica 20 luglio è il termine stabiliti per il raggiungimento di un accordo tra Iran e 5+1 sul programma di sviluppo nucleare. La tensione regionale e la polarizzazione delle posizioni potrebbe mettere a rischio il dialogo con l’Iran (fortemente osteggiato da Israele)?
 
 
 
Attori esterni: chi media? Cosa possono fare?
 
Sin dall’inizio delle ostilità, la comunità internazionale e gli attori regionali cercano un mediatore che possa essere credibile agli occhi di entrambe le parti in causa. In un primo momento, prima ancora dell’inizio di “Protective Edge”, l’Egitto ha tentato una mediazione, ma la sua condizione attuale non lo mette nella posizione di potere mediare come attore credibile. Infatti, al-Sisi è nemico giurato della Fratellanza Musulmana (cui è legata Hamas) e ha contribuito alle operazioni contro i tunnel verso Rafah. Come può essere un attore credibile per Hamas, che lo vede con forte sospetto? E’ chiaro che qualsiasi condizione imposta o mediata dall’Egitto sarebbe a priori difficile da accettare per Hamas.
 
La Turchia e il Qatar sono i due Paesi che, nuovamente, si sono fatti avanti come possibili mediatori. La loro posizione, però. Appare un po’ più debole rispetto a soltanto un paio di anni fa. In questi ultimi mesi, infatti, sia Ankara che Doha hanno arretrato leggermente dal punto di vista diplomatico nella regione. La Turchia è alle prese con una difficile situazione interna e con le minacce alla propria influenza regionale provenienti dalla difficile gestione dei rapporti con i vicini e in particolare della crisi in Siria. Oggi, in seguito a scontri ad Ankara e Istanbul davanti alle sedi diplomatiche israeliane, Israele ha disposto il richiamo in patria dei diplomatici israeliani in Turchia.
 
Il Qatar, d’altro canto, è alle prese con una diatriba con l’Arabia Saudita e con l’Egitto circa la questione del suo appoggio alla Fratellanza Musulmana. Israele e l’Egitto accusano Turchia e Qatar di boicottare le condizioni della tregua negoziata da Israele e Egitto.
 
Gli Stati Uniti e l’Unione Europea non sembrano riuscire ad incidere sull’evoluzione degli eventi. Kerry ha offerto la propria mediazione, ma per adesso non vi sono sviluppi in tal senso, mentre è difficile immaginare come l’Unione Europea possa incidere su un’eventuale tregua.

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