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Esteri

 


Sembra resistere la tregua di 72 ore stabilita sotto supervisione egiziana tra Israele e Hamas nella giornata di lunedì 4 ed entrata in vigore martedì 5 agosto. Il cessate il fuoco sembra supportato dall’apparente ritiro da Gaza delle truppe di terra di Tel Aviv, completato nella mattina del 4, mettendo così fine al ventinovesimo giorno di combattimenti.
 
L’IDF rimane comunque schierato in una zona cuscinetto profonda 3 km circa lungo i confini della Striscia. Nonostante l’esercito israeliano abbia dichiarato di aver raggiunto il suo obiettivo prioritario, la distruzione dei tunnel, avendo allo stesso tempo indebolito significativamente Hamas e le Brigate islamiche, la fragilità della tregua rimane comunque evidente. Gli ultimi scontri si sono spenti proprio nelle prime ore di cessate il fuoco, quando una ventina di razzi sono partiti da Gaza in direzione delle zone limitrofe (sommandosi ai 53 totali lanciati nella giornata di lunedì), provocando la risposta israeliana, che ha fatto salire il numero delle vittime del conflitto a 1.867, cui si aggiungono i più di 450.000 rifugiati che hanno perso o sono stati evacuati dalle proprie abitazioni. Dal canto suo, Israele ha perso 64 soldati e tre civili nel conflitto.
 
Una soluzione di lungo termine alla crisi di Gaza potrebbe essere raggiunta al Cairo, dove si incontreranno nelle prossime ore le delegazioni Israeliana e di Hamas per cercare di giungere ad un accordo definitivo – sempre a patto che il cessate il fuoco nella Striscia regga. Tzipi Livni e Moshe Yaalon, rispettivamente ministri di Giustizia e Difesa del governo Netanyahu, hanno ribadito che Israele interverrà tempestivamente e unilateralmente in caso di reiterati attacchi di Hamas. Il governo di Tel Aviv ha inoltre lasciato intendere che non ritiene Hamas un partner credibile nei negoziati, in quanto dubita dell’effettivo controllo esercitato dal partito islamico sul suo braccio armato e sulle altre formazioni militari presenti nella Striscia, oltre che dell’effettiva volontà di rispettare la tregua.
 
Per raggiungere un accordo di lunga durata Israele considera prioritaria la demilitarizzazione della Striscia, da attuare sotto la supervisione egiziana e dell’Autorità palestinese di Mahmoud Abbas, che aveva raggiunto un accordo di “unità nazionale” proprio poche settimane prima dello scoppio della crisi. Le due fazioni palestinesi hanno dal canto loro elaborato le condizioni per una soluzione diplomatica definitiva, quali il ritiro delle truppe israeliane dalla Striscia, la parziale apertura delle frontiere sud e est e il rilascio dei prigionieri – richieste al momento inaccettabili per Israele. In questo contesto di fragile cessate il fuoco, sale la tensione anche in Cisgiordania e a Gerusalemme est, dove nel corso delle ultime 48 ore sono stati compiuti due attentati e dove continuano manifestazioni di giovani palestinesi che sfociano in scontri con le forze di sicurezza israeliane.

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