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Israele, l’ombra di Hamas sul voto. L’esperto: “Una replica del 7 ottobre? Impraticabile”. Ma resta il rischio sequestri

L’analista di Domino spiega ad Affaritaliani le reali capacità residue di Hamas e i possibili scenari a ridosso delle urne

Israele, l’ombra di Hamas sul voto. L’esperto: “Una replica del 7 ottobre? Impraticabile”. Ma resta il rischio sequestri
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Israele, Hamas prepara un nuovo attacco? Simonini: “Improbabile un nuovo 7 ottobre, ma il rischio è reale”

Mentre Israele si prepara alle elezioni del 27 ottobre, torna l’allarme su un possibile nuovo attacco di Hamas a ridosso del voto. Secondo le ultime segnalazioni, il gruppo potrebbe tentare un’azione armata o un sequestro circoscritto, sfruttando le divisioni interne israeliane e un fronte che resta fortemente segnato dalla guerra.

Ma a tre anni dal 7 ottobre, quanto è ancora concreta la minaccia rappresentata da Hamas? Quale potrebbe essere la risposta di Netanyahu? E soprattutto, un nuovo attacco potrebbe trasformarsi in un nuovo fronte di escalation regionale? A fare il punto è Franz Simonini, analista geopolitico e firma della rivista Domino, che ad Affaritaliani analizza la minaccia di Hamas, le capacità ancora a disposizione del gruppo e i possibili scenari in caso di una nuova offensiva.

Netanyahu lancia l’allarme su un possibile nuovo attacco di Hamas in vista delle elezioni di fine ottobre. Quanto è concreto questo rischio e quali forme potrebbe assumere un’eventuale offensiva?

Il rischio esiste, ma va ricondotto alle sue reali proporzioni. L’allerta del governo dello Stato ebraico poggia su segnalazioni concrete degli apparati di sicurezza e, secondo le ultime indiscrezioni, Hamas potrebbe preparare un’azione armata o un tentativo di sequestro circoscritto a ridosso del voto del 27 ottobre o nei giorni immediatamente successivi.

Al di là dell’innalzamento dell’allerta, dettato tanto da esigenze di sicurezza interna quanto da calcoli politici preelettorali, una replica del 7 ottobre appare impraticabile. Lo Tsahal occupa metà della Striscia di Gaza e la porzione centrale rimanente è di fatto accerchiata, il che rende improbabile un’incursione su larga scala verso il territorio israeliano.

Lo scenario più verosimile è un’azione contro le truppe schierate lungo la linea gialla oppure un’operazione più scenografica, come il rapimento di ostaggi, volta a logorare un fronte interno già fiaccato dalle divisioni e in parte dalla guerra. Bisogna però mettere in conto la parziale chiusura dei rifornimenti esterni, provenienti soprattutto dall’Iran, e il ridimensionamento subìto dalle Brigate Ezzedin al-Qassam, per quanto ancora in forze.

Va considerata infine anche la Cisgiordania, dove cellule dirette da Hamas potrebbero colpire coloni e militari. In caso di attacco, Tel Aviv riaprirebbe lo scontro, con il rischio di ulteriori spaccature interne e del riaccendersi dei focolai congelati in Medio Oriente.

A tre anni dal 7 ottobre, Hamas è fortemente indebolita ma non è stata completamente eliminata. Quali capacità operative conserva ancora e quanto può realmente condizionare la sicurezza di Israele?

L’ala armata di Hamas, le Brigate Ezzedin al-Qassam, ha visto ridursi le proprie scorte di materiale bellico, senza però arretrare sul piano degli effettivi. A dispetto delle migliaia di caduti, la fazione ha continuato a reclutare tra la popolazione locale e le stime israeliane più recenti parlano ancora di venticinque-trentamila miliziani, di età compresa fra i diciotto e i ventidue anni. Sotto la guida di Ezzedin al-Haddad il movimento ha ripreso l’addestramento dell’unità scelta Nukhba e mantiene e rafforza, la rete di gallerie nelle aree della Striscia.

La chiusura del corridoio Filadelfia e di quello di Morag, nell’area di Rafah, da parte dell’esercito israeliano ha stroncato il massiccio contrabbando di armi iraniane (e non solo) attraverso l’Egitto, ma non ha arrestato la fabbricazione in loco di razzi, ordigni e armi anticarro, prodotti in officine artigianali ricavate nei quartieri densamente abitati, né il parziale rifornimento tramite droni che sorvolano il confine egiziano.

A ciò si aggiunge la massiccia distribuzione di armi tra la popolazione, così da preservare l’arsenale anche nell’eventualità che quello “ufficiale” debba essere consegnato secondo il piano di smobilitazione previsto dalla tregua di fine luglio. Quanto alla sicurezza di Israele, la capacità offensiva di Hamas si è senz’altro ridotta, ma il movimento resta una minaccia permanente, in grado di imporre un logoramento a bassa intensità amplificando le crepe interne dello Stato ebraico.

Se Hamas tentasse un nuovo attacco per influenzare il voto israeliano, quale potrebbe essere la risposta di Netanyahu e quali conseguenze avrebbe sul conflitto e sugli equilibri regionali?

La risposta è già stata annunciata dallo stesso governo di Benjamin Netanyahu, che ha promesso una forza travolgente avvertendo che Hamas e la popolazione di Gaza pagherebbero un prezzo oltre ogni proporzione. Oltre ad azioni mirate per eliminare i vertici superstiti del movimento, i centri abitati della Striscia verrebbero colpiti massicciamente per via aerea e terrestre, con il diretto coinvolgimento dei civili.

Il tutto fungerebbe da giustificazione per riprendere l’offensiva terrestre nelle aree centrali e nei campi profughi, dove i reparti hanno finora operato solo marginalmente, con l’obiettivo ultimo di controllare l’intera area, espellere i palestinesi e perseguire la strategia primaria di difesa sul fronte sud-occidentale.

Questa volta, inoltre, verrebbe coinvolta direttamente anche la Cisgiordania, per la quale il ministero della Difesa ha già predisposto un piano di guerra che prevede una risoluzione militare sul modello di Gaza e del Libano. Un eventuale allargamento dell’azione israeliana nel Levante provocherebbe forse la reazione dei paesi arabi, finora rimasti inerti di fronte a queste manovre, dell’Iran, che riaprirebbe uno scontro diretto, e della stessa Turchia, ulteriore nemico esistenziale dichiarato dallo Stato ebraico. Senza contare la possibile implosione del fronte interno, minato dalle numerose fratture etniche e di visione che attraversano Israele.

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