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Esteri
Italia-Cina, Geraci: "Governo più lontano da Pechino, pagheranno le aziende"
Michele Geraci

Michele Geraci, qual è il suo giudizio su quanto emerso dalla visita del ministro Wang Yi in Italia? "Credo sia iniziata bene, ma terminata un po’ meno bene. Per la Cina i segnali sono importanti ed aver scelto l’Italia come prima tappa è stata una chiara indicazione che la Cina ci tiene ad avere un rapporto di amicizia con l’unico paese, tre i cinque che Wang Yi visiterà, che ha firmato il Memorandum sulla Via Della Seta, una delle cose più importanti che il governo Conte I abbia fatto. Tuttavia, mi sembra di capire che Wang Yi non abbia incontrato Conte, mentre incontrerà Merkel, Rutte e Macron, secondo segnale, a dimostrazione che i rapporti diplomatici e commerciali con Francia e Germania sono molto più stretti dei nostri. Del resto la Francia fornisce Airbus, la Germania ha già da tempo un terminale Via della Seta a Duisburg, e Cosco possiede circa il 10% del porto di Rotterdam. E poi, credo che la complessità dei rapporti tra i due paesi non possano esaurirsi in poche ore. Come sempre a noi viene molto facile gridare al lupo, gridare contro il rischio di investimenti cinesi che possano mettere a rischio la nostra sovranità (non si capisce bene quali) e poi gli altri paesi, giustamente, accolgono invece denaro e possibilità di sviluppare business. Chiedete pure ai cittadini di Duisburg come se la passano ultimamente. Purtroppo da noi la scarsa attenzione alle analisi, la mancanza di una giusta valutazione di rischi, che sia chiaro, è giusto ben valutare, porta ad atteggiamenti isterici, nel senso che un giorno si va da un lato, un giorno dall’altro lato. Incertezza e comportamenti instabili danneggiano gravemente la nostra economia e scoraggiano investimenti stranieri, cinesi e non.

Sulla visita di Wang si è scatenato un dibattito mediatico e politico. Qual è la sua posizione a riguardo?

Da noi non si analizzano gli eventi, non ci si cura della razionalità. Ne c’è la voglia ne la competenza di poterlo fare. Sappiamo benissimo che la nostra politica interna si basa sull’essere in disaccordo su qualsiasi cosa che dicano i rivali, al di là del merito. Da noi si creano problemi per avere consensi, non soluzioni. In altri paesi, dove le democrazie ed il popolo è più maturo, questo dibattito non c’è. Lei crede che in Germania che vende quasi 100 miliardi di merci in Cina, ci sia qualcuno che protesti contro la visita di Wang Yi?

In che modo si possono migliorare i rapporti commerciali tra Italia e Cina?

I rapporti economici, che è quello di cui mi occupavo io, vanno gestiti costantemente, con lavoro continuo. Riguardiamo i numeri, durante il governo Gentiloni il sottosegretario Scalfarotto si è recato in Cina 11 volte in 18 mesi, e Gentiloni stesso è stato uno dei pochi leader occidentali a partecipare al Forum Belt&Road, un'ottima strategia, non ho difficoltà ad ammettere. Col governo Conte 1, non soltanto ho continuato le frequenti missioni, ma ne ho intensificato la durata, incontrando tantissimi membri del governo, imprenditori cinesi, i media locali, partecipando a conferenze, lezioni all’università e naturalmente i nostri managers, insomma cercando di raggiungere tutti gli strati della società e lanciare il messaggio “L’Italia c’è e vuole fare affari con voi”, viaggiando in una decina di città e, se mi consente, riuscendo a parlare direttamente in cinese, cosa rara per un membro di governo europeo. Ho poi istituito la Task Force China, che tra mille difficoltà burocratiche e organizzative è comunque ad oggi l’unica iniziativa presa da un paese europeo dedicata interamente ad un paese, anche questo, al di là dei risultati pratici, un messaggio che abbiamo voluto lanciare alla Cina e che loro hanno ben capito. Infine la firma del famoso MoU. Da ex manager aziendale, riconosco che oltre ad avere idee e firmare decreti, bisogna avere anche le capacità esecutive, di portare a termine tali idee. Temo che dall’insediamento del Governo Conte II, abbiamo fatto dei gravi passi indietro, e nulla a che vedere con le tensioni USA-Cina, visto che gli altri, Francia e Germania e Olanda, continuano a fare bene. Siamo noi a non capire come si gestisce il rapporto commerciale con la Cina. Bisogna capire che le nostre Pmi non ce la fanno, che la nostra varietà dei vini è una forza dove i mercati comprendono ma un punto di debolezza in Asia, che ci vuole un forte e continuo sostegno del governo, perché là, in Cina, se il loro governo dice di fare affari con l’Italia, le aziende si muovono, così come è successo a seguito della visita di Xi a Palermo ed i successivi accordi sul turismo tra Ctrip e la Regione Sicilia. Da noi c’era chi, invece di raccontare alle aziende italiane le opportunità di fare business in Cina, mi criticavano perché andavo troppo spesso in Cina (la metà delle volte degli amici del PD). Abbiamo difficoltà culturali gravi.

E' stato fatto tutto il necessario da questo governo per dare seguito alla firma del MoU sulla Belt and Road?

Assolutamente no. E non lo dico come critica al nuovo esecutivo, ma la realtà è purtroppo così. Iniziamo dalla Task Force China, che come dicevo ha avuto tante difficolta. Il nuovo governo avrebbe dovuto risolverle, non dimenticandosene. Ovviamente, nessuno al governo si dedica né si può dedicare alla Cina e all’Asia con l’intensità di come si faceva all’interno del mio team, composto da persone in gambissima, dedite a servire il paese senza se e senza ma e con grandi competenze.

Negli scorsi giorni si è scritto da più parti che il governo ha spalancato le porte a Huawei. E' davvero così?

Ovviamente non è vero. I nostri media, voi siete una felice eccezione, hanno il vizio di riportare notizie che sono in dissonanza con la realtà. Lei ha notizia di un decreto che, addirittura, spalanca le porte a Huawei? Qui, noi abbiamo il problema opposto, non su Huawei, ma sul 5G e su tutto quello che è progresso tecnologico. Abbiamo sindaci che, chissà con quale conoscenza, limitano l’uso del 5G sulla base di chissà quali problemi di salute o ecologici, quando invece, parlo da ingegnere elettronico, il 5G è energeticamente molto più efficiente del 4G e userà, almeno per i prossimi anni, frequenze simili. Poi non vogliamo usare le app per il tracciamento dei contagi Covid, tutti presi dalla paura che il Commissario Arcuri possa sapere che ieri mi son preso un caffè con lei, senza capire che siamo già tutti “spiati” da cookies, GPS e moltissimi dei siti che si visitano ogni giorno. Abbiamo il terrore di usare bancomat e ancora discutiamo su cash vs carta, dibattito da anni 80. Ecco, sembriamo dei Luddisti. Ripeto, altri, Germania in primis, fanno invece gli interessi dei loro cittadini e sul 5G non spalancano, ma neppure chiudono le porte a certi fornitori sulla base dei tweet. Le politiche commerciali sono roba seria.

Quali sono le opportunità e i rischi del 5G cinese?

Le opportunità del 5G, non solo cinese, sono immense, e poco comprensibili dalla popolazione e dai politici che naturalmente non possono avere contezza di servizi ed usi ancora non presenti nella realtà. Chi ha visione, invece, può cominciare ad intravederli. Ancora più altro è il rischio di non sviluppare una rete 5G, ora e subito, perdendo miliardi di potenziale output nel settore del manifatturiero, agricolo, istruzione, medico, green economy, insomma tutto. E batto sempre là, restando sempre indietro rispetto agli altri che invece lo fanno. Sui rischi specifici di Huawei, e di tutti gli altri operatori, sarebbe utile fare uno studio serio, basato sui fatti e non sulle isterie dei social media. Si analizzano i possibili rischi alla sicurezza nazionale, si verificano le contro misure che si potrebbero prendere in caso di falle, e poi si mettono sul piatto pro e con e si decide, tenendo conto degli interessi dell’Italia, della nostra sicurezza. Anche perché, ricordiamolo, non è che Nokia o Ericsson siano aziende italiane. Meglio essere "ascoltati dalla Finlandia che dalla Cina” mi direte? Ma anche questa domanda perde di importanza se si studiano i fatti e si capisce se, in effetti, ci sono falle, non si fanno politiche di massima importanza economica e strategica basandosi sui sentito dire. La mia proposta è che questo studio venga fatto dalla Commissione Europea, per una volta un'organizzazione che potrebbe veramente forzare tutti i paesi dell’Unione a mettersi intorno a un tavolo, numeri alla mano e decidere insieme, perché la rete cellulare scavalca i confini politici dei paesi, abbiamo operatori come Vodafone che non potranno facilmente dire sì a Huawei nel paese X e no nel paese Y. Una grande Soluzione Europea, ecco l’ho detto, così faccio contenti la Bonino e altri rappresentanti europeisti con cui, in questo caso, sono d’accordo.

Ritiene che l'Italia oggi sia più vicina o più lontana alla Cina rispetto al marzo 2019? E il Vaticano?

Purtroppo, più lontana. Purtroppo per le nostre aziende che pagheranno questa lontananza non potendo contare su un governo presente non solo in Cina, ma anche nei paesi del Sud Est Asiatico, Asia Centrale ed Africa dove la Cina è forte e dove cerca partner. E sono le aree del mondo che crescono, gli altri fanno affari e noi no. Ecco anche la Santa Sede ci supera adesso. Credo che Bergoglio andrebbe in Cina a piedi se potesse, sarebbe cosa molto importante e propedeutica ad altri sviluppi, molto meglio che fare politica estera su Twitter.

di Lorenzo Lamperti

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