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Esteri
Jeremy Corbyn, quella rivoluzione culturale da esportare

Non è mai troppo tardi per accorgersi della "rivoluzione culturale" in atto, da tempo, al di là della Manica, per merito di Jeremy Corbyn e delle performance del Labour Party: Oxford dictionaries ha conferito a "youthquake", il significativo cambiamento culturale, politico e sociale derivante dalle azioni o dall'influenza dei giovani, a sostegno di Corbyn, il titolo di "word of the year", parola dell'anno.

E con altre due parole, "antifa", un movimento di protesta politica composto da gruppi uniti nella opposizione militante al fascismo e a ideologie di estrema destra; "broflake", a indicare chi è sconvolto o offeso da atteggiamenti progressisti che contrastano con le sue opinioni convenzionali e conservatrici; "youthquake", per merito di Corbyn, può entrare nel vocabolario, nel linguaggio comune.

Dunque, tre nuove parole che raccontano della lenta e profonda "rivoluzione culturale" in direzione del Socialismo del XXI° promesso dal vegliardo leader del Labour, cui, di recente, l'International Peace Bureau ha conferito il prestigiosissimo Sean MacBride Peace Prize 2017 per il lungo impegno contro la guerra, in particolare con Stop the war contro la disastrosa guerra in Irap di Tony Blair.

Siamo ben lontani dalla ricetta scalfariana: la politica è governabilità e non morale, che definisce i valori da realizzare mediante la politica, come dal fallimento del socialismo teorizzato dal fondatore di Repubblica, per non dire dal noioso, asfittico, parolaio dibattito culturale e politico, senza idee e progetti, che riguarda la sinistra, anzi le tante sinistre frammentate, rissose e inconcludenti.

Nel Regno Unito sta accadendo nel concreto quella "rivoluzione culturale" ritenuta un miraggio per sognatori e un'utopia per presbiti in un contesto, l'Occidente, governato dall'ideologia neoliberista, del libero mercato che tutto aggiusta: Corbyn e il Labour sono la smentita vivente di un dogma: l'impossibilità di una alternativa al sistema che mira a bloccare ogni movimento mentale e fisico. In quest'operazione gigantesca Corbyn non è solo: negli Usa va spedita la Our Revolution, sostenuta da un movimento di giovani, di donne e middle class, del vegliardo senatore socialista e democratico Bernie Sanders: se dopo aver conquistato la Virginia, è stata espugnata la roccaforte dei repubblicani, l'Alabama, che da un quarto secolo non si tingeva di blu, è possibile vincere ovunque.

E in Italia? Siamo all'anno zero in fatto di lenta ma profonda "rivoluzione culturale" per cui si deve, ancora una volta, scegliere, se non si vuol esercitare il diritto di voto sancito dalla Costituzione più bella del mondo ma poco funzionale all'attuazione dei valori e principi, di votare "il meno peggio", che, in assenza di un Corbyn o di un Sanders, è un movimento, di giovani e delusi, a cinque stelle per scongiurare, possibilmente, l'edizione rifatta di un Renzuscuoni già servito.

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