Kamala Harris ci riprova? Da Washington il verdetto degli elettori: “Non basta essere anti-Trump”
Dal nostro inviato a Washington – Washington, come New York, ma per motivi diversi, non dorme mai, e in questi giorni il nome diKamala Harris torna a circolare con insistenza. L’ex vicepresidente ha dichiarato di stare “pensando” a una candidatura per il 2028, ma l’entusiasmo, almeno tra chi l’ha sostenuta in passato, è tutt’altro che scontato. Ho voluto capire cosa ne pensa la gente comune, non quella dei palazzi, ma quella che incontri per strada, in un bar, o sul sedile posteriore di un’auto.
È proprio lì, su un Uber, nel tragitto tra l’ambasciata italiana e il dipartimento di Stato, che ho avuto una delle conversazioni più oneste di questi giorni. Kwame, autista afroamericano sulla cinquantina, voce calma e sguardo diretto dallo specchietto retrovisore, non ha dubbi su un punto: “I really liked her”. Ma poi si ferma, e aggiunge qualcosa che vale più di mille analisi politiche.
Nel 2024, spiega, il problema non era Harris. Era Biden. “Tutti vedevamo un uomo allo sbaraglio. Non aveva alcuna possibilità, e lei è entrata in corsa troppo tardi, con un peso impossibile sulle spalle”. Su Trump, Kwame è chirurgico: “Piace a tutti, parla alla pancia e ti fa pensare che tutto sarà perfetto durante la sua amministrazione. Ora ne paghiamo i risultati noi, mentre i ricchi stanno meglio”. Non è un’opinione isolata quella di Kwame, secondo la grande emittente americana “Abc News”, che ha intervistato oltre quindici tra ex donatori, consulenti e funzionari della campagna, molti nel partito soffrono di una vera e propria “Biden fatigue”, la stanchezza per un’era che Harris fatica ancora a scrollarsi di dosso, nonostante il suo libro 107 Days tenti di prendere le distanze dall’ex presidente.
Il discorso con Kwame mi fa capire un punto di vista condiviso dalla maggior parte degli afroamericani e della classe lavoratrice statunitense. Ho voluto quindi capire anche come la generazione più giovane ha vissuto la campagna del 2024, e come guarda a un’eventuale candidatura 2028. Le risposte non sono incoraggianti per il campo democratico. Christopher, nome di fantasia, perché lavora nel governo federale e ha chiesto l’anonimato, è un italoamericano laureato da pochi anni, ma democratico convinto da sempre. Eppure su Harris non ha dubbi: “Non voterei mai per lei”. Lo dice senza rancore, quasi con dispiacere.
“Sono un democratico da tutta la vita, ma Kamala Harris è terribile”. La ragione è semplice, e la sente condivisa da molti suoi coetanei: “Ha fatto tutta la sua campagna sul fatto che non avremmo dovuto votare per Trump. Non mi ha mai detto perché avrei dovuto votare per lei”. Il giovane va oltre, e tocca un nervo scoperto del Partito Democratico: “Le campagne di Harris e Biden mi sono sembrate elitarie. Non sanno parlare alla working class. Sono riusciti in qualche modo a farsi superare da Trump, spesso coinvolto in scandali di razzismo, nei voti dei latinos. È assurdo”.
Le parole di Christopher trovano eco anche tra i grandi donatori. Un raccoglitore di fondi che aveva sostenuto Harris nel 2024 ha dichiarato ad “Abc News” di non aver “sentito nessuno dire che vorrebbe che lei si candidasse. Anzi, è il contrario”. Un altro ha aggiunto senza mezzi termini: “L’elettorato sarà estremamente affamato di una voce nuova, fresca, più giovane, con una prospettiva diversa. Non credo che Kamala sia la persona giusta per questo momento”.
Il principale ostacolo sul suo cammino ha un nome preciso: Gavin Newsom. Il governatore della California, anche lui cresciuto politicamente a San Francisco, è considerato il favorito da molti nel partito. Willie Brown, storico powerbroker californiano e mentore di entrambi, è stato diretto: tra i due, il più “credibile” sarebbe Newsom, “perché non sarebbe il più recente perdente”. Una sentenza brutale, ma che fotografa il problema di fondo di una candidatura Harris.
La domanda che rimane aperta è se Harris abbia davvero imparato qualcosa da quella sconfitta. I segnali, per ora, sono pochi. Secondo chi le è vicino, starebbe lavorando alle elezioni di midterm, raccogliendo fondi per i candidati democratici e battendosi contro lo smantellamento del Voting Rights Act. Una strategia sobria, lontana dai riflettori, forse troppo, per chi vuole tornare protagonista. L’America che ho incontrato, in taxi, per strada, tra una generazione e l’altra, non è ostile a lei per partito preso. È semplicemente stanca di campagne che parlano contro qualcuno invece di parlare per qualcosa. Se Harris vuole il 2028, dovrà rispondere a una domanda semplice che Kwame, Christopher e milioni di americani le stanno già facendo: perché dovrei votare per te?

