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Esteri
A Kiev non si gioca un derby tra UE e Mosca


Di Marco Volpati

L’Ucraina non è l’Egitto, ma rischia di assomigliargli. Dieci anni fa andò al governo Yulia Timoshenko, leader dei cittadini che guardavano all’Europa. Sconfitta finì non all’opposizione, ma in carcere. Oggi il ribaltamento: dopo scontri sanguinosi, un inizio di guerra civile, Timoshenko esce di galera, mentre il presidente Yanukovich – che era stato regolarmente eletto, con il controllo di osservatori internazionali – fugge verso Est e rischia il carcere a sua volta.

Un democrazia non può funzionare così, con un’alternanza di colpi di mano; e soprattutto un paese non sopravvive. C’è la minaccia di azioni militari di Putin (come era avvenuto in Georgia). Ma molto più concreto è il rischio di un soffocamento economico perché la Russia è partner economico decisivo e fornitore essenziale di energia. Che accadrebbe allora? Nuovo ribaltamento, con la Timoshenko e i suoi seguaci in fuga e magari in prigione?

Il caso Ucraina può destabilizzare l’intera Europa. Bruxelles e la UE devono muoversi con prudenza e rispetto della storia, rinunciando a piantare una bandierina blu con le stelle sulla carta geografica in corrispondenza di Kiev.

Interessi e sentimenti devono trovare equilibrio. C’è da considerare che l’Ucraina è divisa al suo interno, e che a Mosca tanto i nostalgici dell’URSS quanto quelli della Santa Madre Russia di tradizione zarista hanno sofferto come una mutilazione la secessione di territori – Ucraina, ma anche Bielorussia, Georgia e Kazakstan – che erano nell’orbita russa da secoli, già all’epoca dell’invasione di Napoleone.

Sarebbe stoltezza immane trattare l’Ucraina come un derby calcistico tra Bruxelles e Mosca.

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