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Esteri

Piazza Tahrir è un oceano di folla, dicono i giornali. La protesta contro il Presidente Mohammed Morsi ha raggiunto un tale livello che è un miracolo sia rimasta pacifica. Ci sono stati dei morti, ma dopo che le manifestazioni sono durate per tanti giorni e in tante città, con centinaia di migliaia di partecipanti, è andata meglio del previsto. Siamo dunque di fronte ad un fenomeno politico importantissimo, ma qual è il suo significato?

La prudenza vuole che si mettano le mani avanti. La convinzione corrente secondo la quale gli avvenimenti politici sono giudicati più obiettivamente dall'estero che dall'interno è falsa. De Gaulle, negli anni dal 1958 in poi, era visto in Europa come una sorta di pagliaccio megalomane che rischiava di imporre alla Francia una dittatura, mentre la maggioranza dei francesi lo considerava come quel gigante della storia che ora è per tutti. Lo scià di Persia era visto all'estero, in particolare dalla sinistra, come un tiranno liberticida e torturatore. I giornalisti stranieri - in particolare Oriana Fallaci - erano felici di rivedere le bucce di quel regime e forse immaginavano che, rimuovendolo, l'Iran potesse raggiungere una compiuta democrazia di tipo londinese. Per questo festeggiarono la rivoluzione khomeinista. Solo dopo si accorsero di avere consegnato la nazione ad una teocrazia medievale di cui gli iraniani non sono più riusciti a liberarsi.

Una recente occasione in cui l'Europa ha voluto interpretare i fatti secondo la propria mentalità, spesso ingenua e politicamente corretta, è stata la cosiddetta Primavera Araba. La Rivoluzione Francese è stata una reazione all'assolutismo, la Rivoluzione Russa ha ucciso lo zar per liberare i servi della gleba, la rivoluzione araba non poteva dunque che volere la democrazia. In realtà, il rischio è stato quello di ricadere all'indietro in quell'Islamismo intollerante che opprime l'intera società e le donne in particolare. Non è sicuro che oggi in Libia si sia più liberi e più sicuri che ai tempi di Gheddafi.

Per le nostre opinioni pubbliche i fatti non contano. Dal momento che in Siria i ribelli combattono contro un autocrate come Assad, non possono che essere gli eroi della futura democrazia. Anche se certi episodi - come le recenti decapitazioni in piazza - dovrebbero suonare l'allarme. Se almeno si dicesse: "All'Occidente conviene che vincano i ribelli, in odio all'Iran e alla Russia", si manifesterebbe un punto di vista da adulti. Ma  la visione romantica di tutto ciò che avviene all'estero, e in particolare nel Vicino Oriente, è quanto di più drammaticamente sbagliato.

Ecco perché le opinioni che si possono esprimere sull'Egitto sono tutte sotto il segno del punto interrogativo. Finché si è deposto Mubarak, tutto è andato secondo gli schemi recenti. Quando poi si è votato ed hanno vinto i Fratelli Musulmani, siamo ancora rimasti nell'ambito di ciò che ci si poteva aspettare. Ma ecco che ora, ad un anno dall'elezione di Morsi, la protesta pressoché unanime non  è volta soltanto contro la situazione economica ma anche contro l'involuzione clericale del Paese. In quelle folle oceaniche  si è visto con piacere che le donne sono più numerose degli uomini: chissà che non siano divenute coscienti di doversi battere per una democrazia laica di tipo occidentale. Diversamente il loro futuro potrebbe essere simile a quello che devono aspettarsi le donne afghane. Del resto anche in Turchia è sembrato che la folla di piazza Taksim reagisse alla progressiva islamizzazione di un Paese che Atatürk aveva tanto meritoriamente portato nel mondo laico ed europeo.

Se tutti questi segnali fossero così come appaiono - ma potrebbe essere un errore, è bene ripeterlo - staremmo forse assistendo al ritorno del pendolo. Mentre con Atatürk prima e poi con tutti gli altri, da Nasser a Gheddafi, dallo Scià di Persia a Bourghiba, i Paesi islamici sembravano tendere alla modernizzazione e alla libertà, poi si è avuta la spinta contraria: è stata universale la moda dell'integralismo islamico, abbracciato o almeno vagheggiato da tutti, fino ad episodi violenti come l'Undici Settembre. Questo movimento retrogrado pareva non incontrasse mai ostacoli. Il dubbio è ora che i due Paesi islamici più moderni e più colti, la Turchia e l'Egitto, abbiano compreso che corrono il rischio di un ritorno al Medio Evo. E siano pronti a battersi per mantenere le loro conquiste. Erdogan e Morsi sono ancora al potere, ma anche a rimanerci non possono ignorare che la base del Paese sta reagendo alle loro innovazioni. Che poi sono arcaiche restaurazioni.

Nulla dimostra la validità di questa tesi, anzi, di questa speranza. Sarebbe bello se il futuro la dimostrasse fondata. Quanto meno nell'interesse della metà femminile di quelle popolazioni.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 

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