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Esteri

Antonio Picasso*

I recentissimi attacchi a Farah e Zabul rappresentano per l’Afghanistan la triste inaugurazione della stagione primaverile. Le strade e i sentieri di montagna si liberano dalle nevi e così può riprendere la circolazione degli insorti. La primavera, al tempo stesso, segna il nuovo inizio della coltivazione di oppio, vera piaga sociale ed economica per il paese. Secondo il Dipartimento di Stato Usa, l’utilizzo di stupefacenti coinvolge almeno 1,3 milioni di cittadini afgani .

È di quasi 50 morti il bilancio complessivo dei due scontri della scorsa settimana. Si tratta di due episodi ben differenti tra loro. Zabul, infatti, è una provincia dove resta quotidiano lo scontro tra forze Isaf da una parte e talebani e al-Qaida dall’altra. In quelle terre vicine alla frontiera con il Pakistan non passa giorno in cui le truppe statunitensi non abbiano un contatto a fuoco con il nemico. Mentre a Farah è rara la presenza di insorti riconducibili al fanatismo islamico. I talebani, in questa provincia prossima al confine con l’Iran e all’area sciita di Herat, hanno cercato sempre di insinuarsi nelle maglie dell’instabilità endemica, fatta di warlord, narcotrafficanti, criminalità comune. Tuttavia, si tratta di un’alleanza strumentale, ispirata alla condivisione del nemico da combattere piuttosto che all’obiettivo da raggiungere. I primi a percepire la differenza sono stati i vertici Isaf, che ormai da anni, riferendosi al nemico, preferiscono parlare di insurgents. Limitarsi ai talebani senza alcun distinguo sarebbe scadere in una generalizzazione impropria.

Non è un caso che i 5 morti di Zabul fossero tutti occidentali. Le 45 vittime di Farah erano invece afgane: insorti, ma soprattutto membri dell’Afghan National Security Force (Ansf). Nelle aree lontane dall’influenza del mullah Omar e del clan Haqqani, il nemico da colpire non è più l’“Occidente invasore”, bensì il soldato afgano che da quest’ultimo è stato addestrato per ricostruire la sicurezza e la pace.

L’interpretazione va vista anche in senso di marcia inverso. Nelle province più lontane dal confine con il Pakistan, sfuma la presenza talebana, che viene sostituita dai signori della droga e da un arcipelago di bande armate e tribù ribelli. Una polverizzazione del nemico che ne rende difficile l’identificazione. A Farah, in particolare, l’avversario più ostico è rappresentato dai narcotrafficanti. In prevalenza pashtun, alla stregua degli alleati talebani, questi gestori della criminalità organizzata hanno trasformato la provincia in un vasto terreno di coltivazione intensiva di oppio. Nel frattempo sfruttano la vicinanza con la frontiera iraniana per le esportazioni di eroina via terra. Dall’Afghanistan all’Iran, poi verso il cuore dell’Asia centrale e ancora fino alla Turchia e all’Europa. È straordinario come i corrieri della droga percorrano, senza rendersene conto, quella che un tempo era la Via della seta.  

Da una recente missione a Herat e Farah, al seguito delle Forze armate italiane, è emerso che lo sradicamento del mercato dell’oppio è diventato prioritario. Se si vuole che l’Afghanistan raggiunga una qualche stabilità interna e che al tempo stesso la sua economia decolli, la lotta alla droga deve avere una precedenza assoluta agli occhi delle istituzioni politiche e militari del paese.

Da qui ai prossimi mesi, sarebbe sufficiente un sorvolo in elicottero di queste vallate per avere uno scenario concreto della situazione. Sono due i colori che il paesaggio afgano offre ai visitatori: il beige del deserto, con le miriadi di sfumature tra montagne e pianure aride, e il verde delle coltivazioni di oppio che circondano i villaggi e fanno da cornice ai fiumi.

Il nuovo capitolo della guerra in Afghanistan è dato quindi dall’intervento sempre più incisivo delle forze di sicurezza che fanno capo a Kabul. Nell’ambito della transizione, la cui conclusione è prevista per la fine del 2014, gli eserciti occidentali – quello italiano nella fattispecie di Herat e Farah – stanno portando avanti un proficuo passaggio di consegne. Sono ormai le Ansf le vere responsabili della sicurezza nazionale. Di conseguenza sta a loro contenere, o meglio disincentivare la coltivazione del papavero da oppio.

Non si tratta di un’impresa semplice. Le autorità di Kabul stimano a 300 dollari il prezzo medio per un chilo di oppio non raffinato. Un introito che va direttamente nelle tasche dei contadini. L’oppio non richiede un’elevata tecnologia di coltivazione e soprattutto ha bisogno di poca acqua per crescere. Peraltro, una volta estirpata, la semina e la crescita di altri papaveri è facile e veloce. Si è parlato spesso di inserire colture alternative: dagli ortaggi di vario tipo, fino al costosissimo zafferano. Tuttavia, più si osserva il fenomeno più ci si rende conto che non esiste un prodotto agricolo che possa davvero sostituire l’oppio. In termini di guadagni al produttore diretto e di bassa tecnologia di coltivazione richiesta, il papavero non ha eguali.

A questo si aggiunge la nuova politica dei grandi narcotrafficanti, che stanno cercando di incentivare la produzione a livello capillare. Vale a dire anche presso i nuclei familiari più piccoli. A loro giudizio, anche il più ridotto fazzoletto di terra è indispensabile per la produzione. L’iniziativa sembra ricordare la politica dei piccoli forni che nella Cina di Mao avrebbe dovuto portare il paese alla leadership mondiale della produzione di acciaio. Ai tempi quello fu un grave errore commesso dal Grande timoniere. Oggi con un metodo simile, i signori della droga dell’Afghanistan si garantiscono sia alte quantità di prodotto, sia il controllo di villaggi, clan e tribù.

* Antonio Picasso, giornalista freelance, per l'Ispi
 

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