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Esteri

Gli sviluppi della situazione egiziana potrebbero essere drammatici e molto dipende dalle dimensioni della protesta, dalla risolutezza dell'esercito e dalla cocciutaggine del Presidente Mohamed Morsi. Tre elementi da esaminare attentamente.

Nei decenni recenti in tutti i Paesi musulmani la tendenza è stata quella di riaffermare il valore della religione, anche come segno di opposizione ad un Occidente troppo laico e troppo ricco. "Loro stanno meglio di noi ma la loro società è immorale". Ed anche il popolo egiziano, forse in odio all'esercito e anelando a un leader meno laico dei Nasser e dei Sadat,  soltanto un anno fa ha votato per Mohamed Morsi, esponente dei Fratelli Musulmani. A questa idea ci eravamo abituati e forse avevamo dimenticato che l'Egitto, per peso culturale, militare e demografico, è sempre stato la nazione più avanzata del mondo arabo. Proprio la sua cultura, le sue università, il suo sviluppo sociale hanno probabilmente innescato la protesta contro il bigottismo dei Fratelli Musulmani. Le donne che sono andate a scuola e i cittadini più colti erano forse disposti a concedere più spazio all'Islàm ma hanno mal sopportato che fosse al contrario l'Islàm a tentare di restringere il loro spazio, cercando di dominare l'intera società.

Quali che siano le ragioni di una reazione così risoluta al tentativo di ritorno alla tradizione, la protesta è stata troppo improvvisa, troppo corale, troppo estesa, per non avere il significato di una irrefrenabile crisi di rigetto. Abbiamo così appreso che la deriva islamista non è né universale né irresistibile. Già un'avvisaglia ce l'avevano data Istanbul e Ankara: ora chissà che gli avvenimenti egiziani non ci annuncino che il fenomeno ha superato il suo acme.

Il deuteragonista è l'esercito. Nei Paesi più progrediti in tempo di pace esso è quasi dimenticato. È come un estintore sul muro di cui molti si chiedono a che serva. In nazioni come la Germania o la Francia i generali non si sentono diversi dal resto della classe dirigente: sono sullo stesso piano della miriade di laureati e di professionisti che mandano avanti la società. Al contrario, in Paesi meno sviluppati i militari hanno da un lato la sensazione di costituire un'élite, dall'altro il sentimento del dovere di salvare la Patria, a volte anche in occasione di problemi politici interni. In molte regioni manca quella tradizione di rispetto della società civile che fa considerare con orrore il colpo di Stato. Già Augusto, padrone di Roma e dell'Impero, mantenne per tutta la vita la quasi finzione del potere del Senato, proprio per stendere un velo pudico sul suo potere personale. E soprattutto i militari non dimenticano mai di avere a loro disposizione una leva che manca agli altri: la forza delle armi.

L'esercito dunque non è visto dovunque nello stesso modo. Nell'Europa Occidentale il suo intervento è considerato come assolutamente negativo e quasi impensabile, altrove è considerato in maniera più critica e dialettica. Basti dire che per molti decenni - e fino a pochissimo tempo fa - sono stati proprio i militari ad assicurare il progresso, la democrazia e la laicità della Turchia.

Rimane da vedere la capacità di resistenza dei Fratelli Musulmani. Essi si rendono conto che l'occasione che hanno appena avuta, con Morsi, potrebbe non ripresentarsi più e dunque tendono ad aggrapparsi al potere. Lo fa del resto lo stesso interessato, appoggiandosi su un buon argomento giuridico: sostiene di essere stato eletto democraticamente e di occupare il suo posto in modo del tutto legittimo. Cosa verissima. Tuttavia farebbe bene a ricordare che in democrazia il sovrano è il popolo: se esso ha la voglia di congedare un governante non c'è formalità che tenga. Inoltre, se non concede nuove elezioni è come se Morsi dicesse che intende rimanere al suo posto contro la volontà degli egiziani. Infine non può dimenticare che proprio perché il suo è un potere fondato sulla legge e non sulla forza, alla forza - quella dei militari - non potrebbe opporsi.

Ecco perché l'ultimatum dei militari ha un peso determinante, anche se da interpretare nel suo significato concreto. Se i generali chiedono soltanto un accordo che faccia cessare le manifestazioni di piazza, e se Morsi è capace di ottenerlo, forse il Presidente rimarrà al suo posto. Anche se dovrà poi tenere un gran conto degli umori della piazza. Se invece il loro ultimatum intende essere la concessione del tempo necessario per fare le valigie, allora la discussione è conclusa. Contro l'esercito in Egitto non può governare nessuno.

Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
 

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