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Esteri
La pace impossibile del Vicino Oriente


Indubbiamente le guerre è meglio vincerle che perderle. Ma non è che la vittoria sia una sinecura. Non sempre è facile trarne più vantaggi che svantaggi. Ed è questo il grande atout dell’eterno sconfitto Afghanistan.

Abbiamo anche esempi europei. Nel 1941 l’Italia vinse la guerra contro la Grecia, ma le conseguenze furono che il mondo si accorse che l’Italia era una tigre di carta (tant’è vero che, prima dell’intervento tedesco, i vincitori erano stati i greci), e in secondo luogo questo vittorioso intervento di Hitler ritardò la campagna di Russia e fu fatale ai tedeschi. Essi finirono col combattere in inverno, stagione per la quale non erano equipaggiati, e alla fine prevalse la Russia. Qualcuno ha detto che, con la sua improvvida iniziativa, la Seconda Guerra Mondiale l’ha vinta Mussolini. Contro i tedeschi.

Il sedicente IS nell’arco di pochi mesi è riuscito a ritagliarsi uno Stato dal territorio magari pessimo (salvo per la presenza del petrolio, che però ha difficoltà a vendere) ma notevolmente grande. E questa è stata la vittoria. Ma come è stato amministrato questo successo? Seminando il terrore e l’orrore, creandosi nemici nelle popolazioni sottomesse, nei popoli vicini, nell’Occidente, nell’Oriente, e facendosi condannare anche dalle autorità religiose musulmane. Era chiaro che non sarebbe andato lontano. Da mesi gli “eserciti” del califfo hanno innestato la marcia indietro, cosa esiziale per un’impresa che si fondava sulla suggestione. Il problema passerà ai prossimi vincitori, che vanno dagli irakeni ai russi, dagli americani ai curdi, dagli iraniani ai turchi. Per parecchi motivi, pressoché ineliminabili, il Vicino Oriente è una pentola in costante ebollizione.

Il territorio è prevalentemente desertico e prevalentemente pianeggiante. Ciò si traduce in un’incertezza dei confini e in una facilitazione delle invasioni. Qualcuno, nell’imminenza della seconda Guerra del Golfo, predisse – con l’acquolina in bocca – che gli americani andavano incontro ad un secondo Vietnam, e un commentatore serio si mise a ridere: “Ci sono forse giungle, in Iraq?” Lì il problema è più la pace che la guerra.

Le frontiere che noi tutti abbiamo trovato sulla carta geografica, nascendo, erano il frutto degli accordi anglo-francesi dopo la fine della Prima Guerra Mondiale. E si sa che esse furono tracciate (sulla carta) tenendo conto soltanto dei rapporti di forza fra i vincitori. In esse gli interessati non si sono riconosciuti e ciò corrisponde a dire che le rivendicazioni, le insofferenze, i conflitti interni non mancheranno mai.

Poi ci sono i contrasti religiosi. In Siria i sunniti, che sono la maggioranza, hanno mal sopportato il potere di un’oligarchia alawita, per loro sostanzialmente sciita e dunque eretica. L’Iraq ha vissuto e vive da anni una guerra civile a bassa intensità fra sciiti e sunniti: fazioni che Saddam Hussein aveva tenuto buone con la solerzia del boia. Ma l’elemento centrale dell’instabilità è la stessa religione musulmana, che allontana i fedeli dal concetto di Stato in senso occidentale.  Per loro il potere civile e il potere religioso dovrebbero essere unificati e ne discende che il potere puramente civile – Al Sisi in Egitto, per esempio – non può che essere illegittimo e da abbattere.

La Francia e l’Inghilterra sono eccellenti esempi dell’opposto. Queste nazioni hanno anch’esse conosciuto contrasti religiosi, sfociati persino in guerre, ma ne sono uscite da secoli, con una mentalità sostanzialmente laica. Qualunque cittadino può essere cattolico, ateo, anglicano, buddista, protestante o musulmano, senza che la cosa interessi al governo. E neppure ai vicini di casa. Ciò perché per loro una cosa è la fedeltà allo Stato, e un’altra la religione, un fatto privato in cui gli altri non entrano. Ciò permette che convivano pacificamente popolazioni diverse per lingua – la Svizzera, il Belgio, il Canadà – per religione (la Germania), o per razza (gli Stati Uniti, il Brasile). Mentre a voler dividere il grande territorio del Vicino Oriente secondo le linee di frattura delle religioni, delle lingue o delle etnie, si perderebbe il conto, e alla fine si sarebbero comunque create frontiere instabili e contestate.

La pace nasce dal compromesso, e l’ultima cosa che può favorire il compromesso è una religione presa molto sul serio. Finché i francesi sono stati veramente credenti, ci sono state le guerre di religione e, ancora nel Seicento, contrasti fra cattolici e protestanti. Fino alla stupida abolizione dell’Editto di Nantes. Quando invece hanno smesso di essere veramente credenti, sono vissuti in pace. Se una “guerra” hanno, è d’importazione, ad opera di giovani musulmani immigrati o figli d’immigrati. In Italia - sia detto en passant - non abbiamo mai avuto una guerra di religione perché da noi la religione nessuno l’ha mai presa sul serio. Calvino ha dominato la Svizzera, il Savonarola è morto sul rogo.

Le frontiere disegnate dall’accordo Sykes-Picot, nel Vicino Oriente, potevano benissimo essere sbagliate, ma in fondo è inutile condannarle severamente. Anche se fossero state più ragionevoli, anche se avessero tenuto un maggiore conto dei dati sul terreno, alla fine i popoli interessati si sarebbero azzuffati lo stesso. L’unica conclusione è che, finché i popoli di quelle regioni non usciranno dalla loro mentalità religiosa, l’unica cosa saggia sarà tenersi lontani da loro e dalle loro beghe.

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