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Esteri

di Gianni Pardo

Quando ci sono avvenimenti internazionali di grande momento, si ha tendenza a seguirli con interesse, aspettando gli ulteriori sviluppi. E tuttavia a volte gli ulteriori sviluppi sono del tutto improbabili.

È il caso dell’Egitto. I militari, due giorni prima della loro presa del potere, hanno pregato Mohamed Morsi di cercare un accordo con tutte le parti in causa; il Presidente invece si è trincerato dietro la legalità democratica del suo potere e non ha neppure tentato questo compromesso. Non si sa perché si sia comportato così. Potrebbe non aver creduto alla sincerità dell’offerta dei militari - preferendo, per così dire, cadere in piedi - oppure aver voluto imporsi alla società egiziana. La fazione politica cui appartiene - i Fratelli Musulmani - è infatti tendenzialmente intollerante.

Ma tutto ciò è superato. Probabilmente l’esercito avrebbe preferito che i giornali di tutto il mondo non scrivessero che aveva attuato un colpo di Stato, ma una volta che è intervenuto ha per così dire varcato il Rubicone e ulteriori sviluppi – nel senso di una restaurazione di Morsi – non sono da prevedere. La vicenda fa pensare alla trama della “Lettera Scarlatta”: se qualcuno è irrimediabilmente condannato per ciò che ha fatto, tanto vale approfittare della condanna per concedersi una maggiore libertà di movimento. E infatti l’esercito sembra molto sicuro di sé. Se ha permesso e permette manifestazioni in favore del deposto Presidente, è segno che non dubita della saldezza del suo potere.

Probabilmente i sostenitori di Morsi interpretano male questo atteggiamento. Credono forse di poter fare la stessa mossa che ha fatto l’opposizione nei giorni scorsi, se pure in direzione opposta. Non comprendono che quand’anche fossero capaci di riunire somme sterminate di manifestanti, perfino superiori in numero a quelle che hanno rimosso il Presidente dalla sua carica, ormai hanno perso l’autobus. L’esercito è intervenuto e si sa che i militari, se si vedono con le spalle al muro, sparano. Anche se fino ad ora sembra che i morti siano stati provocati in maggioranza da scontri fra le opposte fazioni.

In un sistema democratico ha un peso determinante la volontà della maggioranza, anche manifestata in piazza. Il potere militare è invece fondato sulla nuda forza. Nel 1956 in Ungheria, era assolutamente evidente per tutti, salvo Giorgio Napolitano e qualche altro, che l’intero popolo era contro il governo comunista, contro l’oppressione totalitaria e contro l’egemonia russa. Al punto che anche molti militari passarono subito dal lato degli insorti. La resistenza del regime e della sua polizia fu travolta e soltanto l’intervento dei carri armati russi riuscì a restaurare la dittatura comunista. Da quel momento gli ungheresi seppero che era inutile contestare Janos Kádár, perché l’esercito ungherese non poteva battere l’Armata Rossa. E infatti i comunisti rimasero al potere ancora per oltre trent’anni.

Non sarà questa la sorte dell’Egitto. Qui non c’è un’Armata Rossa che possa intervenire dall’esterno e la tendenza dell’esercito a restaurare la democrazia si è già vista proprio con l’elezione di Morsi. È soltanto chiaro che i militari, sostenuti coralmente dalla società egiziana più laica, sono allarmati dalle tendenze integraliste islamiche dei Fratelli Musulmani. Il primo imperativo è dunque sbarrare loro la strada. Poi l’esercito probabilmente lascerà spazio ai partiti, ma con l’intesa che nessuno di essi sia un “partito islamico”.

In fondo si realizza in Egitto qualcosa di simile a ciò che avvenne in Turchia negli Anni Venti del secolo scorso: un sistema laico che – anche per la sorveglianza dell’esercito – si è mantenuto fino a qualche anno fa. Tutti i partiti erano permessi ma non quelli su base religiosa. Come mi disse un turco: “Qui un partito che si chiama Democrazia Cristiana non sarebbe permesso”. Ora invece la Turchia va indietro, anche se i moti di piazza Taksim hanno suonato un campanello d’allarme, ed al potere c’è da anni un partito islamista. Chissà che non sia l’Egitto a riprende la fiaccola della laicità.

Non rimane che augurarci che in ambedue i Paesi sia permesso ad uomini e donne, a musulmani e cristiani, di non essere oppressi da coloro che vogliono imporre agli altri la loro idea del Bene.

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