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Khamenei in punto di morte e tensioni regionali: ecco perché questo è “il momento migliore” per un accordo con gli Usa, come dice l’Iran

Sullo sfondo, tensioni in Libano ed esplosioni in Arabia Saudita

Khamenei in punto di morte e tensioni regionali: ecco perché questo è “il momento migliore” per un accordo con gli Usa, come dice l’Iran

L’Iran: “Questo è il momento migliore per un accordo con gli Usa”. Khamenei in punto di morte, tensione tra Libano e Arabia Saudita

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che questo è “il momento migliore” per raggiungere un accordo con gli Stati Uniti, esortando il paese a superare la fase di “né guerra né pace”. Parole ottimiste, riferite ai media iraniani, ai quali ha aggiunto che nel paese c’è “coesione, forza e unità” e che l’Iran è considerato, a suo dire, vittorioso in questa guerra. Pezeshkian ha inoltre affermato che Teheran e Washington avrebbero dovuto istituire un canale dedicato per gestire le violazioni del cessate il fuoco. Parole pronunciate mentre l’Oman conferma che i negoziati sullo Stretto di Hormuz “stanno procedendo positivamente”. Un’ apertura diplomatica dietro la quale si nasconde un’anomalia che la dice lunga sullo stato reale del potere in Iran: da quando è diventato Guida Suprema l’8 marzo, dopo l’uccisione del padre Ali in un raid USA-Israele il 28 febbraio, Mojtaba Khamenei non si è mai mostrato in pubblico, non ha mai tenuto un discorso, e comunica solo tramite dichiarazioni scritte diffuse dai media di stato.

Le voci sulle sue condizioni si sono fatte insistenti nei giorni scorsi: secondo fonti vicine al regime, sarebbe rimasto gravemente ferito nello stesso attacco che ha ucciso il padre, e oggi si troverebbe in condizioni critiche, forse “in punto di morte”. Lo stesso Pezeshkian ha ammesso che comunicare con lui è “molto difficile”, pur assicurando che la sua “presenza è una grande forza” per il paese. Un’ammissione che, più delle voci stesse, certifica quanto la catena di comando iraniana sia oggi opaca – quanto la spinta diplomatica di Pezeshkian verso Washington possa essere anche un modo per riempire, dall’esterno, un vuoto che dentro il regime nessuno vuole ammettere apertamente.

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È in questo quadro – un vertice dello Stato di fatto invisibile da cinque mesi – che si inserisce l’offensiva diplomatica di Pezeshkian verso Washington, formalizzata dal memorandum d’intesa in 14 punti firmato il 17 giugno 2026 con Donald Trump, che ha fissato il cessate il fuoco, revocato i blocchi navali e fermato le operazioni militari attive. Sullo sfondo restano aperti altri fronti di tensione. In Libano, un drone israeliano in ricognizione sulle alture di Ali Taher è precipitato per un guasto tecnico vicino a un’abitazione nei pressi di Nabatieh, ferendo lievemente una donna e il figlio, entrambi portati in ospedale a Nabih Berri. In Arabia Saudita si sono registrate forti esplosioni che avrebbero colpito un’area industriale legata al gas. Sul fronte militare, i media israeliani riferiscono che Benjamin Netanyahu starebbe valutando “un attacco autonomo contro Teheran”, mentre il Pentagono ha sentito il bisogno di dichiarare pubblicamente di avere “munizioni sufficienti per condurre una guerra”, dopo alcune rivelazioni di stampa americana nei giorni scorsi.

Un regime privo di una Guida Suprema realmente operativa, con un fronte libanese che continua a produrre incidenti, un’Arabia Saudita colpita da esplosioni e Israele che valuta un attacco autonomo avrebbe quindi tutto l’interesse a blindare rapidamente un’intesa prima che uno qualunque di questi elementi – la morte di Khamenei, un incidente che degeneri, un’iniziativa israeliana – faccia saltare il tavolo. La finestra diplomatica, insomma, sembra stretta quanto la stessa fragilità che la rende urgente.

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