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Missile contro la Turchia, il Generale Rossi: “Attacco alla Nato? Improbabile per almeno tre motivi. Ecco chi può decidere davvero il destino dell’Iran”

Per il generale Domenico Rossi la Turchia non era l’obiettivo del missile iraniano intercettato e non vi sono elementi che indichino un coinvolgimento diretto della Nato.

Missile contro la Turchia, il Generale Rossi: “Attacco alla Nato? Improbabile per almeno tre motivi. Ecco chi può decidere davvero il destino dell’Iran”
Il Generale Domenico Rossi, ex Sottosegretario di Stato al Ministero della difesa

Iran, il Generale Domenico Rossi non ha dubbi: “Il missile intercettato in Turchia diretto a Cipro? La Nato è fuori dal conflitto”

Un missile lanciato dall’Iran e diretto verso il Mediterraneo orientale è stato intercettato dopo essere entrato nello spazio aereo turco. Il vettore è stato distrutto dai sistemi di difesa aerea integrati della Nato, attivati a protezione del territorio dell’Alleanza. Secondo una fonte turca, tuttavia, Ankara “non era l’obiettivo”. Il missile, stando alla ricostruzione fornita, sarebbe stato diretto verso una base situata nell’area di Cipro greca, ma avrebbe deviato dalla traiettoria prevista, finendo per essere intercettato prima di poter proseguire. Nessun attacco diretto, dunque, contro un Paese membro dell’Alleanza Atlantica.

Una versione plausibile per il Generale Domenico Rossi, già sottosegretario alla Difesa, che ad Affaritaliani commenta gli sviluppi dell’offensiva. “L’Iran, in questo momento, si trova in una posizione di difficoltà nel contrapporsi agli attacchi israeliani e americani. Non potendo rispondere in modo diretto e simmetrico, tende a esercitare pressione indiretta coinvolgendo quei Paesi del Golfo che ospitano o hanno ospitato basi americane o occidentali. È una strategia di deterrenza e di segnalazione politica più che un confronto frontale”, spiega Rossi.

L’arsenale missilistico iraniano resta comunque significativo: “Teheran dispone ancora di sistemi d’arma e di missili a corto e medio raggio in grado di colpire obiettivi nella regione, comprese basi strategiche come quelle presenti a Cipro o in altri Paesi del Mediterraneo orientale”.

Perché la Turchia non sarebbe un bersaglio

Secondo il Generale, appare credibile la ricostruzione secondo cui la Turchia non fosse nel mirino iraniano. Le ragioni sarebbero molteplici. In primo luogo, Ankara non ha una partecipazione attiva nelle operazioni militari contro l’Iran. In secondo luogo, negli ultimi anni la Turchia ha svolto un ruolo negoziale in diversi dossier regionali, mantenendo una posizione di equilibrio tra blocchi contrapposti. Infine, va considerato un elemento importante: la Turchia è membro della Nato. “Un attacco diretto contro il suo territorio farebbe scattare l’articolo 5 del Trattato Atlantico, che prevede la difesa collettiva. Non credo sia nell’interesse strategico dell’Iran aprire un fronte di questo tipo”, spiega il Generale, per cui appare evidente che, allo stato attuale, la Nato non è coinvolta nel conflitto.

“L’azione americana e israeliana non ha richiesto un intervento formale dell’Alleanza. Va anche ricordato quanto dichiarato dal ministro della Difesa: nel caso di richieste di supporto difensivo da parte dei Paesi del Golfo o di utilizzo di basi americane sul territorio italiano, esistono procedure precise che prevedono autorizzazioni parlamentari. Questo principio vale per tutti i Paesi membri. Al di là dell’incidente del missile intercettato, non c’è stato nulla che possa essere interpretato come un attacco contro un Paese Nato”, spiega l’ex Sottocapo di Stato Maggiore dell’Esercito. 

I nodi irrisolti: nucleare, missili e gruppi armati

Quanto alle ipotesi sugli sviluppi del conflitto, il Generale sottolinea che gli obiettivi dichiarati nei negoziati e nelle azioni militari, erano sostanzialmente tre: eliminazione della minaccia nucleare, riduzione o neutralizzazione della capacità missilistica iraniana e contenimento del sostegno di Teheran a gruppi terroristici come Hamas. “Di questi tre punti – osserva – nella realtà poco o nulla è stato raggiunto in modo definitivo”. Un dato di partenza rilevante riguarda l’arricchimento dell’uranio: per scopi civili è sufficiente una percentuale intorno al 5%, mentre l’Iran aveva superato il 60%, avvicinandosi a soglie sensibili sotto il profilo militare.

Gli attacchi mirati hanno probabilmente inciso su alcune capacità operative e colpito la catena di comando politico-militare iraniana, in una sorta di “decapitazione” della governance. Tuttavia, secondo il generale, “cambiare la natura di un regime non è un processo che si impone dall’esterno”. “La democrazia non si importa né si esporta con le bombe – afferma -. Resta nelle mani del popolo iraniano decidere del proprio destino”. Resta da capire se e come la pressione internazionale e le tensioni interne possano tradursi in un cambiamento politico. Sta di fatto che la crisi mediorientale resta fluida, imprevedibile e potenzialmente capace di coinvolgere nuovi attori regionali.

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