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Esteri
Nigeria, lo spettro di Boko Haram sulla democrazia

Com’è noto, le elezioni in Nigeria, che si sarebbero in origine dovute tenere il 14 febbraio, sono state rinviate al 28 marzo prossimo, ufficialmente per porre un rimedio alla temibile minaccia rappresentata da Boko Haram. Tre i principali interrogativi che si pongono.

Elezioni sì o elezioni no?

Se le elezioni si terranno nella nuova data stabilita, ciò vorrebbe dire che lo Stato è riuscito a superare le gravi frizioni interne relative alla gestione del pericolo islamista proveniente da Nord-Est. Qualora, invece, non si dovesse giungere a stabilire un piano comune per fronteggiare il “nemico interno”, allora le elezioni stesse sarebbero a rischio. Proprio per tentare di risolvere in maniera netta il problema Boko Haram, è infatti plausibile che, dopo quasi 16 anni di ininterrotto regime civile, il potere possa ritornare, eventualmente in una forma concordata, nelle mani dei militari. Da più parti, infatti, viene auspicato il pugno di ferro per sconfiggere definitivamente la minaccia jihadista.

 Jonathan o Buhari?

Se le elezioni avranno luogo, rimane l’incognita su chi riuscirà a vincerle. Si tratta di consultazioni elettorali “fuori contesto” nell’Africa Sub sahariana e nella stessa Nigeria del passato perché l’esito è in bilico. Proprio la difficoltà nel prefigurare chi, tra Jonathan e Buhari, potrebbe avere la meglio, accentua le sembianze di democrazia che, pur precariamente, sembrerebbe essersi annidata nelle istituzioni nigeriane dopo il 1999. Tuttavia, indipendentemente dal vincitore, si tratterà di un ritorno al passato: al passato prossimo con Jonathan, presidente uscente; al passato remoto, con Buhari, sulla scena politica dagli anni ’60, già capo di Stato e ministro. La novità potrebbe essere una presunta o vera predisposizione di Buhari, come musulmano, a gestire in modo diverso la questione di Boko Haram.

Accettate o contestazione?

Se si tiene in considerazione l’embrionale sviluppo del principio democratico in Nigeria, gli esiti delle elezioni non dovrebbero essere contestati. Tuttavia, la sfida tra Jonathan e Buhari non è solo una battaglia elettorale tra due contendenti al palazzo presidenziale di Abuja. È un duello: a) tra il Sud, ricco, petrolifero e cristiano, e il Nord, povero, agricolo e musulmano; b) tra due diverse politiche di gestione federale della rendita petrolifera, con ricadute sia sugli interessi degli stati federati sia degli investitori stranieri; c) tra una gestione quasi fallimentare della minaccia jihadista e l’attuazione di nuove politiche, pensate da un ex-militare, per la risoluzione di un dramma che dura da anni. In entrambi i casi, dunque, le contestazioni per gli esiti del voto sono probabili soprattutto in considerazione della discussione sul “diritto” di Jonathan a competere per quello che sembra un terzo mandato e per il possibile stato d’insicurezza e quindi non-voto in alcuni stati del Nord.

Da ispionline

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