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Esteri

Brando Benifei per Italianieuropei

La proposta di bilancio pluriennale 2014-20 che presto dovrà essere discussa dal Parlamento europeo rischia di essere il colpo di grazia per un’Unione già in profonda crisi di identità. Nei prossimi sette anni, in un continente ancora in piena crisi economica, è davvero possibile rinunciare a maggiori investimenti in ricerca e infrastrutture, per aumentare la competitività dei paesi membri dell’UE e per sviluppare ulteriormente la rete internet? È possibile pensare che per affrontare la lotta alla disoccupazione giovanile siano sufficienti 6 miliardi di euro, peraltro per metà provenienti da stanziamenti già stabiliti del Fondo sociale europeo?

Mai come oggi si comprende l’importanza di costruire una dimensione politica europea parallela a quelle nazionali. La politica attuale e l’interesse elettorale sono ancora integralmente centrati sul livello nazionale e locale, ne consegue che il conseguimento di qualche taglio a capitoli ritenuti inutili o un piccolo recupero sui contributi versati vale più di qualunque considerazione su dove servirebbe davvero investire le risorse europee e dove non si sta facendo abbastanza.

Mentre assistiamo all’ennesimo dimagrimento delle voci del bilancio europeo – ovvero l’unico strumento capace di realizzare una, sia pur modesta, redistribuzione all’interno dell’Unione – gli ultimi dati Eurostat ci consegnano una realtà ormai esplosiva. Se in Germania la disoccupazione continua a calare, e ora si è attestata al 5,3% della forza lavoro, nei paesi periferici come Grecia e Spagna il numero dei senza lavoro ha superato ormai un quarto del totale (rispettivamente 27% e 26,2%). Questo crescente “spread” fra le condizioni di vita dei cittadini europei è la prima causa della forte instabilità politica e dei sentimenti di sfiducia montanti fra i paesi e nei confronti delle istituzioni comunitarie.

In questo scenario difficile, le giovani generazioni pagano il prezzo più alto. Il tasso di disoccupazione giovanile ormai supera di molto quello generale della popolazione, arrivando in alcuni casi, come quello italiano, a essere addirittura più del triplo nella fascia 18-25 anni. Dentro un bilancio fortemente regressivo su tutti i fronti degli investimenti necessari per la crescita, il già citato fondo di 6 miliardi per l’istituzione della Garanzia per i giovani nei paesi con una disoccupazione giovanile superiore al 25% è un piccolissimo passo nella direzione giusta. Per attuare però tutto il pacchetto di incentivi all’occupazione, di riforme dei servizi per l’impiego e di azioni legislative per combattere il triste fenomeno dei NEET – ovvero giovani sotto i 29 anni che non studiano, non lavorano e non effettuano nessuna attività di formazione – servirebbero molti più fondi. Una stima conservativa della Commissione europea parla di almeno 21 miliardi di euro. Potrà sembrare una cifra elevata, è invece assai minore rispetto ai 150 miliardi di euro che ogni anno vengono elargiti in sussidi ai senza lavoro, e al mancato gettito fiscale determinato dall’elevatissima disoccupazione giovanile nei ventisette paesi dell’UE.

Nel 2014 verrà eletto un nuovo Parlamento europeo e nei diversi paesi membri saranno in carica svariati nuovi governi rispetto a quelli che hanno dominato la fase iniziale della crisi che ancora devasta la vita dei cittadini europei. È necessario inserire una forte clausola di flessibilità e revisione nell’accordo di bilancio in modo che un’eventuale nuova maggioranza politica progressista – sia nel Parlamento europeo che nel Consiglio – possa avere gli strumenti legali per porre rimedio a questa errata impostazione che ci ha portato ad avere, per la prima volta, un restringimento di risorse rispetto alle precedenti programmazioni pluriennali. Una rinnovata Unione europea, capace di attrarre risorse proprie derivanti dalla tassazione delle transazioni finanziarie, dall’emissione di obbligazioni comunitarie e da una parte del gettito IVA nazionale, costituirebbe un essenziale agente di cambiamento per sostenere in particolare quei paesi che devono coniugare la difficile opera di aggiustamento dei conti con una robusta ripresa dell’economia. Questa nuova Europa, protagonista attivo dei complicati anni che ci attendono, è una necessità per tutti gli europei e in particolare per i più giovani, che non possono vedersi rubare la speranza di un futuro migliore dalle miopie del tempo presente.
 

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