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Esteri
Protezionista o no, una Grande America traina l’economia mondiale

Il programma del neo Presidente Donald Trump è semplicemente: “Making America Great Again” (far tornare l’America Grande), ossia il seguito del loro sogno, fatto di coraggio, lavoro e determinazione (gli americani vogliono condizioni per poter diventare milionari, non elemosine di Stato, i 500 euro di bonus una tantum per intenderci). Tale programma può trainare l’economia mondiale. E del resto la Finanza internazionale, le Borse, dopo l’incertezza delle prime ore, hanno rapidamente dato credito a Trump (con Hillary Clinton sarebbe stato il contrario, iniziale appoggio, quindi trend ordinario).

Trump prevede un taglio delle tasse a tutti i livelli e un piano di investimenti pari a mille miliardi di dollari per i prossimi dieci anni per rifare le infrastrutture (aeroporti, ospedali, scuole, strade, telecomunicazioni, tunnel). Alcuni osservatori però temono quella tendenza periodica della storia americana: il protezionismo. Il Presidente Usa può con provvedimento esecutivo porre dazi e impedire importazioni da questo o quel Paese. Il nuovo Congresso, controllato totalmente dai Repubblicani, potrebbe non ratificare il Tpt - Trans-Pacific Partnership, negoziato da Barack Obama con 12 Stati asiatici. Trump potrebbe chiedere alle multinazionali che producono in uno Stato asiatico, per esempio il Bangladesh, di tornare a farlo dove realizzano profitti. Il che sembrerebbe giusto: perché un’azienda che guadagna vendendo in Usa, dà lavoro - per due lire – ai cittadini del Bangladesh e non a quelli americani?

Che sia liberoscambista e faccia da traino all’economia mondiale in modo diretto o prevalga la linea più protezionista, una Grande America sarà da stimolo. Se avrà meno sbocchi commerciali in Usa, l’Europa sarà costretta a migliorare il proprio sistema e a sviluppare le relazioni interne o con altre Aree. Paesi come il Bangladesh troveranno una via propria (per esempio il turismo). In questo senso la globalizzazione è un ordine per certi versi deviato del liberismo: quest’ultimo per così dire prevede, quale teoria che naturalmente si declina con la democrazia, la responsabilità individuale, nella fattispecie degli Stati, nelle decisioni economiche.

Ernesto Vergani

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protezionista america
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